Giovanni Vitolo.
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Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
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Parte 5.
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2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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18. La ripresa della lotta tra papato e impero e le monarchie dell'Europa occidentale.
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18.1 Innocenzo Terzo e l'apogeo del papato.
18.2 La crociata contro gli albigesi e il quarto Concilio lateranense.
18.3 La restaurazione del potere monarchico in Francia.
APPROFONDIMENTI: I re taumaturghi: una falsa credenza che ha contribuito a fare la storia.
18.4 La Magna charta e le origini delle istituzioni parlamentari in Inghilterra.
18.5 La ripresa dell'iniziativa imperiale e la restaurazione del potere regio nel Regno di Sicilia.
18.6 La crociata di Federico II e il conflitto con il papato.
APPROFONDIMENTI: Castelli e gestione del territorio nel Regno di Sicilia.
18.7 La scomunica di Federico Secondo e la nuova crisi del potere imperiale.
18.8 La ripresa cristiana in Spagna: reconquista o reconquistas.
18.9 La struttura sociale ed economica degli Stati spagnoli.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Il Federico Secondo di Kantorowicz.
Bibliografia.
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19. Le origini della Russia e l'impero mongolo.
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19.1 Il principato di Kiev e la conversione dei Russi.
19.2 La comparsa dei Mongoli di Gengis Khan.
19.3 Il Gran khan Kubilai, Marco Polo e la via della seta.
APPROFONDIMENTI: Le tecniche militari dei Mongoli.
19.4 L'Orda d'oro e l'emergere di Mosca tra i principati russi.
il DIBATTITO STORIOGRAFICO: La questione dell'"arretratezza" della Russia.
Bibliografia.
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Parte 4. L'AUTUNNO DEL MEDIOEVO E LE ORIGINI DEL MONDO MODERNO.
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20. L'Europa tra crisi e trasformazione.
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20.1 Il rallentamento dello sviluppo economico e la crisi demografica.
APPROFONDIMENTI: La via della peste.
20.2 La guerra e le compagnie di ventura.
20.3 Rivolte contadine e tensioni sociali.
20.4 Le rivolte degli operai dell'industria tessile.
APPROFONDIMENTI: I lavoratori dell'Arte della lana a Firenze alla vigilia del tumulto dei Ciompi.
20.5 Depressione economica o riconversione?
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: La crisi del Trecento.
Bibliografia.
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21. Il consolidamento delle istituzioni monarchiche in Europa.
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21.1 L'evoluzione del pensiero politico e il conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio Ottavo.
21.2 L'idea di sovranit da Dante a Marsilio da Padova.
21.3 Il rafforzamento del potere monarchico in Inghilterra e la guerra dei Cent'anni.
21.4 I riflessi politici e sociali delle nuove tecniche militari.
21.5 La restaurazione del potere monarchico in Francia e in Inghilterra.
21.6 Le monarchie iberiche e l'ideologia politica catalano-aragonese.
21.7 L'unione della Castiglia con l'Aragona e la conquista di Granada.
21.8 La confederazione svizzera.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Il costo della guerra dei Cent'anni.
Bibliografia.
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22. Potere e societ nel Mezzogiorno angioino-aragonese.
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22.1 I difficili inizi della dinastia angioina.
22.2 La rivolta del Vespro e la separazione della Sicilia dal regno angioino.
22.3 Lo splendore della corte angioina di Napoli.
22.4 Lo sviluppo delle autonomie cittadine.
APPROFONDIMENTI: L'Aquila: un comune meridionale quasi indipendente.
22.5 La crisi della dinastia angioina e l'avvento degli Aragonesi.
22.6 La Sicilia dopo i Vespri.
22.7 Alfonso il Magnanimo e il "mercato comune" aragonese.
APPROFONDIMENTI I parlamenti napoletani.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: Le conseguenze del Vespro siciliano.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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18. La ripresa della lotta tra papato e impero e le monarchie dell'Europa occidentale.
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18.1. Innocenzo Terzo e l'apogeo del papato.
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La seconda met del secolo Dodicesimo vide, come gi si  accennato, una decisa evoluzione del papato in senso monarchico, che neanche il conflitto con Federico Barbarossa valse a frenare.
Anzi, il ruolo di mediazione tra Comuni e impero, svolto da Alessandro Terzo, ne esalt il ruolo politico di garante della giustizia e della pace. Ora, alla fine del secolo, il caso volle che la morte precoce nel 1197 dell'energico e ambizioso Enrico Sesto venisse a coincidere con l'ascesa al soglio pontificio di Innocenzo Terzo (1198-1216), un papa dotato di una concezione altissima della sua dignit e di una lucida visione dei rapporti tra i poteri operanti all'interno della comunit cristiana. Egli si dichiarava, infatti, vicario di Ges Cristo e non di san Pietro, e ricorreva all'immagine del sole e della luna, per spiegare la supremazia del potere spirituale su quello politico: come la luna brilla della luce riflessa del sole, cos "il potere regio deriva dall'autorit papale lo splendore della propria dignit e quanto pi  con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto pi ne  distante, tanto meno acquista in splendore".
Si trattava di affermazioni che sviluppavano spunti gi presenti nel pensiero di Gregorio Settimo. La novit consistette nel portare quelle idee alle estreme conseguenze e nella determinazione con cui cerc di tradurle in scelte effettive di governo. La situazione politica era del resto favorevole, dato che sia l'impero sia diversi regni apparivano in preda a convulsioni interne, essendo la maggior parte delle monarchie ancora agli inizi del loro processo di consolidamento.
Il primo intervento riguard il Regno di Sicilia, che la Chiesa considerava suo feudo fin dal tempo degli accordi di Melfi con Roberto il Guiscardo nel 1059 e della concessione della corona regia a Ruggero Secondo nel 1130. La morte nel 1198 della regina Costanza, vedova di Enrico VI, forniva ora al pontefice l'opportunit di tradurre quella sovranit teorica in governo effettivo. La regina, infatti, per tutelare i diritti del figlio Federico (il futuro Federico Secondo), che allora aveva appena quattro anni, lo pose sotto la tutela di Innocenzo III, che infatti gli fece conferire la corona regia nel 1208, quando, all'et di quattordici anni, usci di minorit.
Intanto il papa, mentre approfittava della vacanza del trono imperiale per estendere e rafforzare il dominio della Chiesa in Umbria, nelle Marche e in Romagna, si ergeva ad arbitro nella contesa tra i pretendenti alla successione di Enrico VI: Ottone di Brunswick (oggi Braunschweig), figlio di Enrico il Leone e capo del partito guelfo, e Filippo di Svevia, fratello dell'imperatore defunto. La sua scelta cadde sul primo, sia per difendere i diritti del suo pupillo Federico da eventuali pretese dello zio sul Regno di Sicilia, sia perch si rendeva conto del pericolo che avrebbe rappresentato per il papato l'unione di quel regno all'impero. Cos Ottone, dopo aver riconosciuto i diritti della Chiesa sui suoi domini dell'Italia centrale, ottenne a Roma nel 1209 la corona imperiale.
L'intesa con il nuovo imperatore dur, tuttavia, assai poco, perch egli si dimostr meno docile alle direttive papali di quel che aveva dato a intendere prima dell'incoronazione, puntando addirittura a impadronirsi del Regno di Sicilia. Davanti alla prospettiva che si realizzasse proprio quella situazione di pericolo che si era voluto evitare osteggiando la candidatura di Filippo di Svevia, la reazione di Innocenzo Terzo fu assai dura. Ottone venne scomunicato come traditore e spergiuro, e la corona imperiale fu assegnata proprio al giovane Federico, mentre si dava vita a una grande coalizione, animata dal re di Francia Filippo Augusto, che nel 1214, come si vedr pi avanti, sconfisse Ottone a Bouvines.
Contemporaneamente Innocenzo Terzo trovava modo di seguire da vicino anche le vicende dei regni di Aragona, Portogallo, Bulgaria e Serbia, i cui sovrani gli prestarono l'omaggio feudale, cos come fecero il re d'Inghilterra, l'imperatore latino d'Oriente, il titolare della corona di Gerusalemme, i duchi di Atene e vari signori minori.


18.2
La crociata contro gli albigesi
e il Quarto Concilio lateranense

Qualche preoccupazione venne invece a Innocenzo Terzo dalle iniziative contro musulmani ed eretici. Nel capitolo precedente abbiamo parlato dell'esito sconcertante della quarta crociata, che, pur avendo portato a una temporanea unificazione delle Chiese di Oriente e di Occidente, aveva deluso le aspettative papali per la riconquista di Gerusalemme; di qui l'organizzazione della quinta crociata nel 1217, anch'essa, come sappiamo, del tutto priva di risultati.
Nel frattempo il pontefice ne aveva indetta un'altra del tutto particolare, perch ricca di implicazioni politico-ideologiche. Gi da qualche anno i documenti della cancelleria papale parlavano di "cattivi cristiani (mali christiani) peggiori degli stessi Saraceni". I canonisti, dal canto loro, argomentavano che, mentre i Saraceni avevano strappato ai cristiani la sola Terrasanta, gli eretici minacciavano l'intera comunit cristiana. Nei primi anni del Duecento l'attenzione di Innocenzo Terzo si concentr in particolare sui catari, gli eretici che con la loro capillare organizzazione da tempo impensierivano le autorit ecclesiastiche.
Essi erano allora numerosi in Provenza e Linguadoca, nel sud della Francia, e in particolare nella citt di Albi, che faceva parte della contea di Tolosa: di qui il nome di albigesi, con cui erano anche indicati.
La contea di Tolosa era uno di quei principati territoriali francesi, dotati di grande autonomia, sui quali la sovranit dei re di Francia era praticamente soltanto nominale.
Gli altri erano: la contea di Fiandra, il ducato di Normandia, la contea di Bretagna, la contea di Angi, la contea di Champagne, il ducato di Borgogna, il ducato di Aquitania.
I conti di Tolosa oscillavano, inoltre, tra la dipendenza feudale dal re di Francia e quella dal re d'Inghilterra. La loro autonomia politica era, inoltre, accentuata dalla particolare fisionomia culturale della regione, dove allora era in piena fioritura la raffinata civilt provenzale, di cui era espressione la poesia cortese in lingua d'oc. Il largo consenso o, quanto meno, la benevola protezione, di cui i catari godevano in tutti gli strati sociali e negli ambienti stessi della corte di Tolosa, venivano cos a configurarsi come una componente della particolare fisionomia politica e culturale della contea. Questo fece s che l'intervento di Innocenzo Terzo mettesse in moto un complesso meccanismo politico, fornendo alla monarchia francese l'occasione per estendere, prima, la sua influenza e poi il suo dominio diretto sulla parte meridionale della Francia.
Tutto cominci nel 1208, quando l'uccisione da parte dei catari di un legato papale indusse il pontefice a bandire contro di loro e contro Raimondo di Tolosa, considerato protettore degli assassini, una crociata alla quale accorsero molti cavalieri ed esponenti della feudalit, soprattutto dal Nord della Francia. A decretare il successo dell'iniziativa papale furono, da un lato, la prospettiva di guadagnare gli stessi meriti spirituali che erano garantiti ai crociati di Terrasanta, dall'altra la speranza di fare un ricco bottino in una regione allora in piena fioritura anche economica, oltre che culturale. Il risultato fu che stragi e saccheggi, nonostante gli inviti papali alla moderazione, furono in diverse citt non meno orrendi di quelli perpetrati a Gerusalemme e coinvolsero anche i "buoni cristiani", come le fonti del tempo chiamavano i non catari. Si racconta che dopo la presa di Bziers, il 22 luglio 1209, al comandante dell'esercito crociato, Simone di Montfort, il quale chiedeva come fare per distinguere gli eretici dagli altri abitanti della citt, il legato papale Arnaldo Amalric abbia risposto: "Ammazzateli tutti. Dio riconoscer i suoi".
Gli storici sono oggi concordi nel negare che quella terribile sentenza di morte sia stata effettivamente pronunciata, ma essa esprime bene sia il clima di fanatismo in cui si svolsero quegli eventi sia il rigore con cui oper il legato papale: rigore che gli procur il biasimo del pontefice.
L'intervento armato contro i catari della Francia meridionale era, per, inquietante anche per un altro aspetto. Il papato, avvalendosi dell'opera preziosa dei canonisti, rivendicava a s il diritto di indicare volta per volta i nemici pi pericolosi per la fede, identificandoli prima nei Saraceni, poi negli eretici, ma di l a poco anche nei semplici nemici politici; di qui, come si vedr pi avanti, numerose crociate, nel corso del Due-Trecento, contro sovrani e principi ghibellini.
Si concludeva cos definitivamente la parabola dell'ideale della crociata: da fenomeno religioso, maturato nel seno di una societ in piena fioritura in tutti i campi, a strumento politico nelle mani del papato.
Nonostante il dispiacere per gli eccessi dei crociati francesi (le operazioni militari continuarono, sia pur con ritmo meno intenso, fino al 1229), Innocenzo Terzo non attenu la sua intensa attivit, che andava ben oltre l'ambito puramente politico. Il punto di arrivo di essa fu rappresentato nel 1215 dal Quarto Concilio lateranense, che vide per la prima volta in Occidente la partecipazione di una folla di prelati, vescovi e abati nonch di rappresentanti di principi e re. Essendo allora in pieno svolgimento la campagna di guerra contro i catari della Francia meridionale, molto spazio fu dato alla definizione di una strategia globale per la lotta contro l'eresia. Nello stesso tempo furono prese importanti decisioni, che investivano l'organizzazione complessiva della vita religiosa, con richiami puntuali ai doveri sia degli ecclesiastici sia dei semplici fedeli.
L'anno dopo Innocenzo Terzo si spegneva a Perugia, lasciando la Chiesa al culmine del suo prestigio e della sua potenza temporale. I suoi successori si trovarono, per, immediatamente a operare in condizioni di maggiore difficolt, perch intanto andava crescendo la potenza e la capacit organizzativa proprio di quei sovrani, in particolare i re di Francia e di Sicilia, che avevano tratto non pochi vantaggi dalle iniziative politiche del papato.


18.3
La restaurazione del potere monarchico in Francia

Il re di Francia Filippo Augusto (1180-1223), della dinastia dei Capetingi, era allora fortemente impegnato a rilanciare l'immagine della monarchia, appannatasi durante il lungo regno del padre Luigi Settimo (1137-1180), il quale non aveva saputo impedire il matrimonio della sua ex moglie Eleonora di Aquitania con Enrico Secondo d'Inghilterra e il conseguente trasferimento al re inglese di una parte cospicua del territorio francese. Dotato di grande energia e di notevole abilit politica, oper con pari impegno sia all'interno del regno, imponendo ai feudatari l'adempimento dei loro obblighi feudali e proteggendo le citt, sia in politica estera, tentando di indebolire il suo potente vassallo inglese. Appena salito al trono, si diede a suscitare rivolte della nobilt nei domini di Enrico Secondo e a fomentare contrasti in seno alla famiglia reale, attirando dalla sua parte il figlio del re, Riccardo (il futuro Riccardo Cuor di Leone).

Sembrava che i rapporti tra i due regni dovessero migliorare con l'ascesa al trono di Riccardo, insieme al quale Filippo partecip alla terza crociata, ma il sovrano francese aveva una visione troppo chiara dei suoi interessi, per lasciarsi condizionare da considerazioni di carattere personale. E cos, avendo Riccardo durante il viaggio in Terrasanta stretto un'alleanza con Tancredi di Lecce, in lotta con l'imperatore Enrico Sesto per la successione al trono di Sicilia, Filippo, al ritorno, si schier dalla parte di quest'ultimo: mossa che di l a poco si sarebbe rivelata quanto mai felice. Riccardo, infatti, durante il viaggio di ritorno fu sospinto da una tempesta nell'Adriatico, cadendo prigioniero dell'imperatore, che lo liber solo quando il prigioniero gli ebbe prestato il giuramento di vassallaggio, con il connesso impegno di fornirgli aiuto militare e di non dare appoggio ai suoi nemici.
Con la morte di Riccardo nel 1199 e con quella, precedente di due anni, dello stesso Enrico VI, si venne a creare in Europa uno scenario politico completamente nuovo: l'impero entr in una lunga fase di declino, mentre sul trono inglese saliva il debole Giovanni Senzaterra. Arbitro della situazione restava, insieme al papa Innocenzo III, l'astuto re francese, l'unico sovrano, nel panorama politico del tempo, capace di tener testa all'energico pontefice. Il ricorso alla giustizia regia di un vassallo del re inglese in Aquitania gli forn il pretesto per citare nel 1202 Giovanni davanti alla sua corte di Parigi, cos come prevedeva il diritto feudale. Ovviamente, l'accusato non si present e fu condannato in contumacia per fellonia, con conseguente confisca dei feudi. Ne nacque, com'era inevitabile, un conflitto, che Filippo seppe condurre con molta prudenza e abilit diplomatica, recuperando alla Corona tra il 1203 e il 1207 la Normandia, il Maine, l'Angi, la Turenna, l'Alvernia e la Bretagna, e lasciando agli Inglesi solo la Guienna e parte della Guascogna, lungo la costa atlantica della Francia meridionale. Nel 1213 progett addirittura di conquistare l'Inghilterra, ma dovette fermarsi in seguito all'abile mossa di Giovanni, che si mise sotto la protezione di Innocenzo III, dichiarando il suo regno feudo della Chiesa.
Lo scontro frontale tra le due potenze era per solo rinviato di un anno. L'occasione fu fornita questa volta dalla situazione politica della Germania, dove, come sappiamo, aveva conseguito la corona imperiale Ottone di Bruswick. Quando Innocenzo Terzo promosse una coalizione contro di lui, Filippo Augusto non solo vi ader, ma ne divenne il perno principale; e ci perch tra gli alleati dell'imperatore c'erano Giovanni Senzaterra e alcuni grandi feudatari della Francia del Nord, tra cui i conti di Fiandra e di Boulogne.
Lo scontro avvenne presso il ponte di Bouvines, in Fiandra (oggi nel Belgio meridionale), al confine tra le terre fiamminghe, imperiali e capetinge, la domenica 27 luglio 1214, in una classica battaglia di tipo feudale, pi simile a uno splendido torneo che alle sanguinose battaglie dei secoli seguenti: com'era consuetudine, infatti, si punt non a uccidere i nemici, ma a catturarli, per farne oggetto di riscatto. Ci nondimeno la domenica di Bouvines  considerata dalla tradizione storiografica uno degli eventi storici che hanno fatto la Francia. L'esercito anglo-germanico fu posto in rotta e Filippo Augusto impose con la capitolazione di Chinon il riconoscimento di tutti i territori da lui incorporati negli ultimi anni. Alla sua morte, nel 1223, il territorio soggetto al dominio diretto della corona si era triplicato rispetto a quello trasmessogli dal padre.
La sua opera fu continuata dal figlio Luigi Ottavo (1223-1226), il quale, attraverso l'annessione della Linguadoca, estese ulteriormente i domini diretti della Corona nella Francia meridionale. Un'altra tappa importante nell'ascesa della dinastia dei Capetingi fu il lungo governo di Luigi Nono (1226-1270), santificato dalla Chiesa per la sua piet religiosa.
Ad essa per univa anche grandi capacit di governo, grazie alle quali consolid il controllo regio sull'aristocrazia e contribu a rafforzare fortemente nell'animo popolare la fedelt alla dinastia capetingia, che in seguito proprio grazie ad essa potr superare momenti di grande difficolt. Tutto questo port a livelli assai alti il prestigio del re di Francia in Europa: prestigio, che non fu intaccato neanche dal fallimento delle due crociate che organizz negli anni 1248-54 e 1270, nella seconda delle quali, come sappiamo, perse la vita.


APPROFONDIMENTI

I re taumaturghi: una falsa credenza che ha contribuito a fare la storia

Al consolidamento della monarchia francese (ma anche di quella inglese) contribu anche la credenza, destinata a durare per almeno otto secoli, secondo la quale i re di Francia e di Inghilterra avevano il potere, con il semplice tocco delle loro mani, di guarire le scrofole. Questo termine indica oggi in maniera specifica le infiammazioni delle linfoghiandole causate dai bacilli della tubercolosi, ma nel passato veniva usato anche per indicare affezioni assai diffuse di origine non tubercolare, che colpivano il viso e gli occhi. Si trattava di una credenza, che, come ha mostrato Mark Bloch in un libro da considerare un classico della storiografia moderna (I re taumaturghi, Parigi 1924; trad. it., Torino, Einaudi, 1973), nacque verso l'anno Mille in Francia, da dove pass in Inghilterra circa un secolo dopo. Nella Francia del secolo Undicesimo contribu a mantenere viva l'idea della regalit nonostante la debolezza della monarchia capetingia.
Ebbe poi un forte rilancio tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, nel contesto di un preciso disegno politico-dinastico volto a consolidare il potere regio attraverso l'accento posto sul carattere soprannaturale, acquisito dal sovrano grazie al rito dell'unzione con l'olio sacro.
Teologi e riformatori della Chiesa tentarono fin dal tempo di Gregorio Settimo di ridimensionare questa credenza, negando che il rito dell'unzione conferisse ai re un carattere sovrannaturale e li assimilasse ai sacerdoti, e ribadendo che essi restavano pur sempre dei semplici laici.
Ciononostante la fede nel miracolo regio era ancora vivissima nell'Europa del Rinascimento. Lo mostrano alcuni dati relativi alla Francia: Francesco Primo pose la sua mano regale su almeno 1326 malati nel 1528, su pi di 988 nel 1529 e su almeno 1731 nel 1530. Nel 1569 Carlo Nono tocc, a sua volta, 2092 scrofolosi.
Il carattere sacro del re sopravvisse anche al Settecento e alla Rivoluzione francese, per cui, quando sal al trono Carlo Decimo nel 1825, tra i suoi consiglieri e cortigiani si accese una vivace disputa sull'opportunit di richiamare in vita l'antico rito. Alla fine il sovrano, sia pur riluttante, vi si pieg e cos a Reims tocc 120-130 scrofolosi, pronunciando la formula tradizionale: "Il re ti tocca, Dio ti guarisca". Ma le guarigioni miracolose avvenivano davvero? Evidentemente no. All'origine di quello che il Bloch chiama giustamente "un errore collettivo" c'era per, a prescindere dalla fede nel miracolo e dalla concezione diffusa della regalit sacra e meravigliosa, la variet delle affezioni cutanee, accomunate sotto la generica denominazione di scrofole. Alcune non erano veramente tali e col tempo recedevano, consentendo cos di stabilire un collegamento tra guarigione e tocco della mano del re, anche perch era espressamente previsto che il rito guaritore avrebbe fatto effetto non all'istante, ma lentamente nel corso del tempo. "Quanto ai casi, verosimilmente molto numerosi, in cui il male resisteva al tocco di quelle auguste dita, li si dimenticava ben presto.
Cos fatto  il felice ottimismo delle anime credenti".


18.4
La Magna charta e le origini delle istituzioni parlamentari in Inghilterra

Dopo la sconfitta di Bouvines, Giovanni Senzaterra dovette affrontare la reazione dell'opinione pubblica e della nobilt inglese, irritate per il carico fiscale che diventava sempre pi pesante e che era finalizzato a una politica di potenza sul continente priva di risultati concreti. Grande era il malumore anche per la decisione del re di dichiarare il regno feudo della Chiesa: decisione che appariva in palese contraddizione con il tradizionale orientamento della monarchia ad affermare piuttosto una sua potest di intervento in materia ecclesiastica. Quando nel 1215 l'onda crescente della protesta invest la stessa Londra, diventata negli ultimi decenni uno dei centri commerciali pi importanti dell'Europa settentrionale, baroni e grandi ecclesiastici passarono alla rivolta aperta, imponendo al re la concessione della famosa Magna charta libertatum ecclesiae et regni Angliae (meglio nota con il titolo abbreviato di Magna charta), confermata e redatta in forma definitiva da Enrico Terzo nel 1217.
Con essa il sovrano si impegnava a rispettare i diritti di cui godevano i nobili, gli ecclesiastici e tutti i liberi del regno, le concessioni operate nel passato dai suoi predecessori a favore di Londra e delle altre citt, il diritto dei sudditi di condizione libera di essere giudicati da tribunali di loro pari nonch le consuetudini vigenti in materia di libera circolazione dei mercanti. Si obbligava, inoltre, a non imporre nuove tasse senza l'approvazione della nobilt e del clero, riuniti nel "Consiglio comune del regno", e a farsi assistere negli affari di governo da una curia di venticinque baroni.
Tradizionalmente si riportano alla Magna charta le origini delle istituzioni parlamentari, ed effettivamente costituiva una novit l'introduzione di meccanismi di controllo sull'operato del sovrano. Nello stesso tempo per  da chiarire che i rivoltosi non volevano affatto introdurre una nuova costituzione, ma soltanto garantire il rispetto della tradizione, limitando gli abusi dei funzionari regi in materia giudiziaria e fiscale. Gli sviluppi successivi, peraltro assai contrastati, sono legati a nuove circostanze e al maturare di nuovi bisogni. Saranno essi a dare alla Magna charta un grande valore simbolico e a farne il punto di riferimento dei movimenti impegnati, in Inghilterra e altrove in Europa, ad ampliare gli spazi di partecipazione politica dei cittadini.
Intanto c' da aggiungere che la promulgazione della Magna charta non miglior, anzi peggior la situazione di Giovanni Senzaterra, dato che egli si trov ad essere sconfessato da Innocenzo III, il quale, avvalendosi delle sue prerogative di signore del regno, annull le concessioni da lui operate. Il risultato fu che i ribelli lo dichiararono decaduto dal trono e offrirono la corona a Luigi, figlio di Filippo Augusto, che effettivamente arriv a Londra. La morte di Giovanni nel 1216 cambi, per, il quadro politico, per cui si prefer, in nome anche del nascente sentimento nazionale, lasciare la corona a suo figlio Enrico III, che aveva appena nove anni. Quanto a Luigi, non gli rest che tornarsene in Francia, dove nel 1223, come abbiamo visto, raccolse l'eredit del padre.


18.5
La ripresa dell'iniziativa imperiale
e la restaurazione del potere regio nel Regno di Sicilia

La domenica di Bouvines, oltre a segnare il trionfo di Filippo Augusto e l'inizio della rovina di Giovanni Senzaterra, costitu anche la premessa della vicenda umana e politica di uno dei personaggi pi interessanti e controversi del Medioevo, Federico Secondo, che suggestion fortemente i suoi contemporanei, al punto da guadagnarsi la definizione di "meraviglia del mondo" (stupor mund). Quella domenica egli si trovava in Germania, dove "il ragazzo della Puglia" (puer Apuliae), com'era chiamato, era giunto dalla Sicilia nel settembre del 1212 dopo un viaggio avventuroso, in cui aveva pi volte rischiato di perdere la vita a causa dell'ostilit dei sostenitori italiani e tedeschi di Ottone. Decisivo si rivel in quella circostanza l'appoggio dei vescovi e dei principi ecclesiastici, i quali non solo gli fornirono aiuti militari, ma contribuirono fortemente a orientare verso di lui l'animo dei Tedeschi, per cui il 9 dicembre di quello stesso anno fu possibile all'arcivescovo di Magonza incoronarlo re di Germania. Non si trattava, per, di un aiuto disinteressato, dato che gi il 12 luglio del 1213 Federico dovette emanare la Bolla d'oro di Eger (oggi Cheb, in Boemia), con la quale rinunci ai diritti che il concordato di Worms del 1122 aveva riconosciuti al potere imperiale nelle elezioni di vescovi e abati. Questo gli valse il soprannome di "re dei preti", affibbiategli dal suo rivale Ottone, il quale dopo la sconfitta di Bouvines si ritir nelle sue terre della Bassa Sassonia, dove mor nel maggio del 1218.
Nel frattempo Innocenzo III, il quale aveva puntato su Federico non avendo altri candidati da contrapporre a Ottone di Brunswick, aveva tentato di risolvere il vecchio problema della separazione della corona di Sicilia da quella imperiale, per evitare che lo Stato della Chiesa venisse a trovarsi stretto tra i domini di uno stesso sovrano. Il 1 luglio del 1216 si era fatto promettere, perci, dal suo antico pupillo che avrebbe rinunciato al trono di Sicilia a favore del figlio Enrico, che allora aveva solo cinque anni. La scomparsa del pontefice due settimane dopo indusse, invece, il giovane sovrano a ritenersi sciolto dalla sua promessa. Perci non solo non rinunci al trono di Sicilia, -ma fece condurre da Messina in Germania il piccolo Enrico, al quale nell'aprile del 1220 fu conferito a Francoforte il titolo di re dei Romani, che, come si ricorder, era la premessa di quello imperiale. In questo modo Federico, prima ancora di essere incoronato imperatore, designava gi il suo successore al trono, mostrando chiaramente di voler introdurre anche nella carica imperiale il principio dell'ereditariet, allora in via di affermazione definitiva nell'ambito delle monarchie europee. A tutto questo per non corrispondeva un'effettiva volont di rafforzamento del ruolo del potere regio e imperiale in Germania, da cui Federico, dopo aver nominato reggente l'arcivescovo di Colonia Engelberto, part nell'agosto del 1220, per farvi ritorno solo nel 1235.
La disinvolta e audace politica del giovane sovrano svevo era stata resa possibile dal carattere remissivo e bonario del nuovo pontefice Onorio Terzo (1216-1227), gi avanti negli anni e con una sola idea fissa nella mente: la riconquista di Gerusalemme. Gli fu possibile cos, in cambio della promessa solenne di partire per la crociata e di intraprendere una lotta a fondo contro l'eresia, ottenere dal papa di mantenere l'unione delle due corone, sia pur con la precisazione che si trattava di una concessione straordinaria, fatta solo a lui e non trasmissibile agli eredi. Sulla base di questi accordi il 22 novembre del 1220 Federico, fra le acclamazioni del popolo, fu incoronato imperatore in San Pietro.
Subito dopo si trasfer nel Mezzogiorno, da dove mancava da otto anni.
La situazione che vi trov era tutt'altro che facile. Durante gli anni della sua minorit e della permanenza in Germania il regno era rimasto in balia dei comandanti militari tedeschi, che vi erano giunti al seguito di Enrico VI. Inoltre feudatari e comunit cittadine avevano approfittato della debolezza della monarchia per estendere i loro domini e le loro autonomie. Il primo obiettivo che egli si pose fu, pertanto, quello di rivendicare tutti i diritti regi che erano stati usurpati nel trentennio precedente. Lo fece gi nel dicembre del 1220 con la dieta di Capua, in cui si decise di far abbattere i castelli costruiti abusivamente, di annullare le pi avanzate autonomie cittadine e di riesaminare tutti i privilegi concessi a partire dal 1189 e tutti gli atti compiuti da Ottone di Brunswick nel breve periodo in cui aveva avuto il controllo del Regno di Sicilia.
Ci fu, naturalmente, la resistenza dei baroni, che il giovane sovrano super a prezzo di due anni di aspre lotte e giocando d'astuzia. Riusc, infatti, a mettere i feudatari minori contro quelli pi potenti, salvo poi a disfarsi anche di loro al momento opportuno.
Subito dopo affront il problema dei Saraceni di Sicilia, che erano diventati padroni di vaste zone interne dell'isola, sottraendosi completamente al controllo della monarchia.
Dopo numerose campagne, che si protrassero dal 1222 al 1224, i ribelli furono sconfitti e deportati a Lucera, nella Puglia settentrionale, dove poterono vivere secondo le loro usanze e professando liberamente la loro religione. Si tratt di un atto di tolleranza del tutto inconsueto nell'Europa cristiana. Esso non manc di suscitare l'indignazione dei contemporanei, ma si rivel una scelta politica assai felice, dato che Federico pot contare sulla totale dedizione dei Saraceni di Lucera. Furono essi a fornirgli le guardie del corpo e a formare, insieme a truppe tedesche, il nerbo del suo esercito; e la loro fedelt si estese anche ai suoi eredi, per cui gli Angioni, quando poi si sostituiranno agli Svevi sul trono di Sicilia, riterranno opportuno, per ragioni di sicurezza e per compiacere la curia pontificia, sterminare i loro scomodi sudditi di Lucera.
Contemporaneamente Federico adottava tutta una serie di misure, anch'esse inconsuete per una monarchia degli inizi del Duecento, per risollevare le condizioni economiche del regno, facilitando gli scambi, costruendo porti e garantendo la sicurezza delle strade. Inoltre, volendo potenziare l'apparato burocratico-amministrativo dello Stato e avendo bisogno per questo di giuristi e di funzionari ben preparati, nel 1224 fond a Napoli, come gi sappiamo, quella che  da considerare la prima Universit statale del mondo occidentale, concedendo facilitazioni di vario genere agli studenti che volessero frequentarla e proibendo nello stesso tempo ai suoi sudditi di recarsi a studiare a Bologna o altrove.
 evidente, quindi, che nel 1224 Federico aveva gi una visione assai chiara del ruolo e delle prerogative del potere regio: prerogative, che egli pensava di poter esercitare, in quanto imperatore, anche in Italia centro-settentrionale, dove intanto la lunga crisi dell'impero aveva consentito ai Comuni di svilupparsi ulteriormente in assoluta autonomia, Indisse, pertanto, una dieta a Cremona per la Pasqua del 1226, in cui si sarebbe dovuto discutere del ripristino dei diritti imperiali, della lotta all'eresia e della preparazione della crociata, per la quale insisteva fortemente il papa Onorio III. Alla dieta fu convocato anche il figlio Enrico, che sarebbe dovuto arrivare alla testa di un esercito dalla Germania attraverso la strada del Brennero. Le citt lombarde, preoccupate per i piani dell'imperatore, ricostituirono, sotto la guida di Milano, l'antica Lega lombarda e, come al tempo del Barbarossa, si appellarono al pontefice, che intanto cominciava a perdere la pazienza per i continui rinvii della partenza di Federico per la crociata. Non si giunse per il momento alla guerra aperta, perch l'imperatore, non sentendosi forte militarmente e non potendo unirsi alle truppe del figlio bloccate dai Veronesi, ritenne opportuno non forzare la situazione. Annull perci la dieta e fece ritorno al sud. Durante il viaggio si ferm a Pisa, dove si intrattenne con il grande matematico Leonardo Fibonacci, manifestando quella variet di interessi scientifici e filosofici, che negli anni seguenti avrebbe coltivati con esemplare continuit non solo nella quiete della sua corte di Palermo, ma anche durante i suoi frenetici spostamenti attraverso l'Italia.
Dell'impegno con cui si ritagliava nel corso della giornata un po' di tempo per la lettura parla Federico stesso in una famosa lettera del 1232 ai dottori dello Studio di Bologna, la cui lettura suscita ancora oggi una certa emozione: "Per quel generale desiderio di sapere che, per natura, tutti gli uomini hanno; per quello speciale godimento che alcuni ne derivano, prima di assumere l'onere del regnare, fin dalla nostra giovinezza, abbiamo sempre cercato la conoscenza, abbiamo sempre amato la bellezza e ne abbiamo sempre, instancabilmente, respirato il profumo. Dopo aver assunto la cura del regno, sebbene la moltitudine degli affari di Stato richieda la nostra opera e le cure dell'amministrazione esigano grande sollecitudine, tuttavia quel po' di tempo, che riusciamo a strappare alle occupazioni che ormai ci sono divenute familiari, non sopportiamo di trascorrerlo nell'ozio, ma lo spendiamo tutto nell'esercizio della lettura, affinch l'intelletto si rinvigorisca nell'acquisizione della scienza, senza la quale la vita dei mortali non pu reggersi in maniera degna di uomini liberi, e voltiamo le pagine dei libri e dei volumi, scritti in diversi caratteri e in diverse lingue, che arricchiscono gli armadi in cui si conservano le nostre cose pi preziose".


18.6
La crociata di Federico Secondo e il conflitto con il papato

Intanto il 18 marzo del 1227 moriva il mite Onorio Terzo e gli succedeva l'intransigente cardinale Ugolino da Ostia, che prese il nome di Gregorio Nono (1227-1241). Pur essendosi dimostrato in precedenza amico e fautore di Federico, egli assunse subito verso di lui un atteggiamento di grande fermezza, imponendogli di partire subito per la Terrasanta.
Questa volta l'imperatore si rese conto che non poteva pi sottrarsi all'impegno che aveva assunto. Immediatamente convoc crociati e pellegrini a Brindisi, tradizionale punto di imbarco per la Terrasanta, ma nel caldo dell'agosto scoppi un'epidemia che fece molte vittime. Lo stesso Federico, che intanto era salpato con la sua nave, ne fu colpito e dovette tornare indietro per curarsi ai bagni di Pozzuoli. Il papa, per, non credette alla sua malattia e il 29 settembre del 1227 lanci contro di lui la scomunica dalla cattedrale di Anagni.
Federico, appena guarito, riprese, tuttavia, i preparativi della crociata e nel giugno dell'anno dopo part di nuovo, nonostante la scomunica, sbarcando ad Acri il 7 settembre.
Poich parlava perfettamente l'arabo e conosceva bene la poesia, la filosofia e la scienza araba, trov subito un'intesa con il colto sultano Malik al-Kamil, con il quale gi il 18 febbraio del 1229 giunse a stipulare il trattato, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente. Questo non valse, tuttavia, a placare l'ira di Gregorio IX, che anzi trovava scandalosi i buoni rapporti stabiliti da Federico con gli infedeli. Il risultato fu che al suo ritorno in Italia l'imperatore dovette fronteggiare a sua volta una crociata bandita contro di lui dal pontefice, che foment anche una rivolta di baroni pugliesi. Vinti i nemici interni e respinto l'esercito crociato, pot raggiungere finalmente un compromesso con Gregorio IX, sancito dalla pace di Ceprano del luglio 1230. L'imperatore fu prosciolto dalla scomunica, ma dovette rinunciare a ogni forma di controllo sull'elezione dei vescovi e riconoscere al clero meridionale piena immunit giudiziaria e fiscale, per cui i membri del clero non erano sottoposti ai tribunali statali ed erano esentati dal pagamento delle imposte.
Il boccone amaro ingoiato a Ceprano consent, comunque, all'imperatore di potersi dedicare con nuovo vigore al consolidamento del suo regno, di cui tent a pi riprese di migliorare l'organizzazione amministrativa. Il momento pi significativo della sua azione riformatrice fu l'emanazione nel 1231 delle Costituzioni di Melfi, con le quali, avvalendosi della collaborazione di esperti giuristi, quali Pier della Vigna e Taddeo di Sessa, dot il regno di un codice organico di leggi, ispirato alla tradizione giuridica romana e alla legislazione normanna. Grande impegno profuse anche nel potenziamento delle opere difensive e nella salvaguardia della pace e dell'ordine, puntando sulla costruzione di una rete di castelli, che si preoccup di mantenere sempre in perfetta efficienza, vietando nello stesso tempo ai feudatari di dotarsi di fortezze e perseguendo severamente ogni forma di abusivismo.
Le cure prestate al rafforzamento del potere regio in Italia meridionale erano tanto pi rilevanti, se si considera che di segno completamente diverso era la politica che Federico conduceva in Germania. Qui egli largheggiava, infatti, in concessioni a favore dei principi, di cui voleva guadagnarsi il favore per avere mano libera in Italia, limitandosi a emanare atti che si riducevano a mere enunciazioni di principi, non potendo garantirne la piena attuazione. Anche in Germania, tuttavia, promulg un importante codice di leggi: la Costituzione di pace imperiale, emanata a Magonza nel 1235, con la quale, in parte riprendendo antichi ordinamenti, in parte formulandone di nuovi, riordin tutto il diritto penale tedesco. Il testo, diviso in 29 capitoli, fu pubblicato per la prima volta sia in latino sia in tedesco. L'occasione per il suo secondo e ultimo soggiorno in Germania gli fu fornita dalla ribellione del figlio Enrico, che invano implor il perdono paterno.
Arrestato e tradotto in Italia, dove mor nel febbraio del 1242, Enrico fu privato dei suoi diritti al trono, che furono trasferiti al fratello Corrado (il futuro imperatore Corrado IV).



APPROFONDIMENTI

Castelli e gestione del territorio nel regno di Sicilia.

Il primo, lucido intervento di Federico Secondo in materia di gestione del territorio avvenne gi alla dieta di Capua del 1220, nella quale Federico ordin di consegnare ai funzionari regi tutte le fortificazioni costruite abusivamente dopo la morte di Guglielmo Secondo (1189): quelle costruite su terre feudali sarebbero state abbattute, mentre per quelle sorte su terre demaniali il sovrano si riservava di decidere se abbatterle o acquisirle al patrimonio pubblico.
Del problema si occup pi volte negli anni seguenti, giungendo nel 1230-31 a elaborare un tipo di organizzazione di sorprendente modernit.
Innanzitutto cre l'ufficio dei provisores castrorum (provveditori ai castelli), i quali avevano l'incarico di effettuare periodiche ispezioni nei castelli demaniali, per verificare l'efficienza del castellano e del contingente militare posto ai suoi ordini, lo stato degli edifici, la quantit e qualit degli armamenti, le riserve di viveri. Il territorio di loro competenza venne fissato definitivamente nel 1239, quando il regno fu diviso in cinque distretti, ognuno dei quali comprendeva pi province: 1) Abruzzo; 2) Terra di Lavoro, Molise, Principato, Terra Beneventana; 3) Capitanata, Basilicata, Terra di Bari e Terra d'Otranto; 4) Sicilia cifra Salsum e Calabria, fino a Roseto; 5) Sicilia ultra Salsum. A capo di ogni distretto c'era un provisor, assistito da un notaio, incaricato di redigere tutti gli atti connessi alla sua attivit, e da un corriere, che provvedeva a tenere i collegamenti con le autorit provinciali e con l'amministrazione centrale.
Tra un'ispezione e l'altra i componenti del presidio non potevano ugualmente sottrarsi ai loro doveri, perch due volte alla settimana ricevevano senza preavviso la visita di due stimati abitanti della citt pi vicina, scelti dallo stesso provisor, che erano tenuti a informare subito, se avessero riscontrato qualche irregolarit.
A tutto questo si aggiungevano periodiche inchieste generali, che consentivano al sovrano di avere un quadro aggiornato della rete dei castelli distribuiti sul territorio e dei centri abitati che erano tenuti a concorrere alla loro manutenzione. Ci  pervenuto il testo di un'inchiesta compiuta tra il 1240 e il 1245, in cui manca purtroppo la parte relativa alla Calabria e alla Sicilia. Ciononostante risultano censiti ben 225 tra castelli, in gran parte urbani, e residenze regie (ville, padiglioni di caccia, grandi fattorie gestite direttamente dallo Stato).
Compito esclusivo dei castellani era il controllo militare del territorio, essendo loro espressamente vietata ogni ingerenza nell'amministrazione delle citt e dei villaggi che ricadevano nella loro circoscrizione. Al riguardo erano assai chiare le costituzioni di Melfi, le quali stabilirono anche che gli uomini del presidio potevano uscire dal castello e recarsi in citt non pi di quattro per volta e senza armi, a meno che il loro intervento armato non venisse richiesto dalle autorit competenti.



18.7
La scomunica di Federico Secondo e la nuova crisi del potere imperiale

Nel 1237 l'imperatore, tornato dalla Germania con un forte esercito, al quale si unirono presso Verona i Saraceni di Lucera e truppe fornite dai Comuni a lui fedeli e da alcuni grandi signori, tra cui Ezzelino da Romano, ritenne di essere finalmente in grado di imporre la sua volont alla Lega lombarda. Ed effettivamente nel 1238 inflisse ad essa una grave sconfitta a Cortenuova, presso Bergamo, dove rimasero sul campo migliaia di morti. Commise per l'errore di imporre condizioni di pace eccessivamente dure, che sortirono l'effetto di spingere Milano, Alessandria, Brescia, Piacenza, Bologna e Faenza a una resistenza a oltranza. A incoraggiarle contribuiva anche la considerazione che prima o poi Gregorio Nono si sarebbe schierato dalla loro parte, dato che egli mostrava crescenti segni di irritazione per la politica dell'imperatore, il quale non rispettava gli obblighi assuntisi a Ceprano e interferiva continuamente nell'attivit dei vescovi meridionali. Inoltre aveva conferito al figlio naturale Enzo il titolo di re di Sardegna, ignorando del tutto i diritti di sovranit che il papato rivendicava da tempo sull'isola.
I calcoli dei ribelli si rivelarono fondati. Mentre Federico Secondo si dimostrava incapace di sfruttare appieno il successo di Cortenuova, che era pi importante dal punto di vista psicologico che militare (ben poco potevano gli eserciti del tempo contro le citt fortificate), Gregorio Nono diede inizio a un'intensissima attivit diplomatica, per mettere fine alle divisioni esistenti tra i potenziali nemici dell'imperatore e coalizzarli contro di lui. Fu perfino possibile unire in una lega le citt rivali di Genova e Venezia, per attaccare dal mare il Regno di Sicilia. Il 20 marzo del 1239 il vecchio, ma fiero pontefice lanci, infine, la seconda scomunica contro l'antico pupillo di Innocenzo III, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedelt. Cominciava cos la fase finale di un'inesorabile guerra, destinata a diventare sempre pi aspra con il passare degli anni e con l'avvento al soglio pontificio del genovese Sinibaldo Fieschi, che prese il nome di Innocenzo Quarto (1243-1254).
Gli ultimi anni di vita di Federico Secondo furono terribili. Scomunicato di nuovo e dichiarato decaduto dalla dignit imperiale nel Concilio di Lione del 1245, si impegn freneticamente per contrastare i suoi nemici sia sul piano militare sia su quello ideologico, appellandosi ripetutamente agli altri sovrani europei. A essi prospettava la pericolosit per il potere monarchico sia delle libert comunali sia delle pretese papali in ambito politico; e i suoi avvertimenti non cadevano nel vuoto, se finanche un sovrano devoto come Luigi Nono di Francia invit alla moderazione le parti in lotta. A sua volta il papa, come ai tempi della lotta tra Gregorio Settimo ed Enrico IV, scaten una campagna diffamatoria contro l'imperatore, additandolo come l'incarnazione dell'Anticristo e mobilitando contro di lui francescani e domenicani, che ormai gi avevano conseguito una notevole influenza sul popolo. Si venne a formare cos intorno al sovrano un clima di sospetto, di cui fece le spese il suo stretto collaboratore Pier della Vigna, che, accusato di tradimento, si suicid.
Intanto la situazione si faceva sempre pi difficile anche sul piano militare. Mentre rivolte e congiure scoppiavano sia in Germania sia in Italia meridionale, molti Comuni del Nord abbandonavano il partito ghibellino, come allora veniva chiamato lo schieramento filoimperiale, e passavano in quello guelfo, che faceva capo al papa. Tra essi ci fu anche Parma, sotto le cui mura Federico Secondo, tradito dalla sua passione per la caccia con i falchi, si fece sorprendere il 18 febbraio del 1248, subendo notevoli perdite. Tra i caduti ci fu il giurista Taddeo di Sessa, che invano aveva difeso il suo signore davanti al Concilio di Lione. L'anno dopo a Fossalta, presso Bologna, veniva sconfitto e fatto prigioniero il figlio prediletto Enzo, che fin i suoi giorni nelle carceri di Bologna, nonostante i tentativi del padre di liberarlo. Il 13 dicembre del 1250 Federico moriva all'et di 56 anni a Castel Fiorentino, presso Lucera. Fu sepolto nel duomo di Palermo, dove riposa tuttora accanto ai genitori Enrico Sesto e Costanza, e al nonno Ruggero II.
Con lui scompariva una delle personalit pi forti del Medioevo. Con la sua cultura, con la vastit dei suoi interessi e con lo splendore della sua corte di Palermo, dove erano accolti dotti di ogni parte del mondo e dove con la Scuola poetica siciliana nacque la letteratura in volgare italiano, egli suscit l'ammirazione dei contemporanei, ma anche sentimenti di paura. Se ne fece interprete il cronista inglese Matteo Paris, che cos riport la notizia della sua morte: "In quel tempo mor Federico, il pi grande principe del mondo, e anche colui che stup e cambi il mondo". E bisogna tener presente che per la mentalit medievale un uomo che volesse cambiare il mondo, retto cos bene dalla provvidenza divina, era da considerare alla stregua del diavolo. Dopo la morte, nel 1254, anche di suo figlio Corrado Quarto il trono imperiale rimase vacante fino al 1273, quando fu eletto imperatore il debole Rodolfo d'Asburgo, che si interess soprattutto dei domini diretti della sua casata, rinunciando a svolgere un ruolo attivo in Italia e in Germania, come faranno del resto anche molti dei suoi successori.
Mentre in Germania tramontava cos definitivamente la possibilit di creare un saldo organismo politico del tipo di quelli che allora stavano sorgendo in Francia e in Inghilterra, nell'antico Regno di Sicilia l'eredit di Federico Secondo non andava perduta. Se ne fece continuatore il figlio naturale Manfredi, il quale prima ne assunse la reggenza in nome del piccolo Corradino, figlio di Corrado IV, e poi, dopo aver diffuso la falsa notizia della sua morte, si fece incoronare re a Palermo l'11 agosto del 1258. Il papato era per deciso a eliminare definitivamente gli Svevi dalla scena politica e contro di lui chiam in Italia Carlo d'Angi, fratello di Luigi Nono di Francia. Manfredi cerc di bloccarlo, ma, abbandonato al momento decisivo da buona parte dei suoi feudatari, fu sconfitto e mor combattendo a Benevento il 26 febbraio del 1266.
Il cambio di dinastia al vertice del Regno di Sicilia non ne segn affatto il declino; anzi, il nuovo sovrano, facendo tesoro anche dell'esperienza della monarchia francese prosegu l'opera degli Svevi di consolidamento dell'apparato burocratico-amministrativo dello Stato. Ma su questo ritorneremo nei prossimi capitoli; qui dobbiamo piuttosto estendere il nostro sguardo a una realt politica allora in pieno movimento, ma che finora  rimasta ai margini della nostra trattazione. Si tratta della penisola iberica, nella quale le guerre dei cristiani contro i musulmani avevano portato alla formazione di dinamici organismi politici, uno dei quali, la monarchia catalano-aragonese, nella seconda met del Duecento era ormai in grado di svolgere un ruolo di rilievo nel contesto della politica europea e mediterranea.  necessario fare, per, un passo indietro e ripercorrere il processo attraverso il quale si era giunti a questo risultato.


18.8
La ripresa cristiana in Spagna: reconquista o reconquistas

Fa parte dei rischi della ricostruzione storica la tentazione di considerare la realt multiforme del passato come proiettata verso il futuro secondo una linea coerente di sviluppo: il che equivale a dire secondo una logica ferrea.  quel che  avvenuto con il plurisecolare movimento di liberazione della Spagna dal dominio musulmano, la reconquista, che a lungo  stata considerata opera cosciente e sistematica di un "temperamento ispanico", caratterizzato da spirito di indipendenza e forte sentimento religioso. La storiografia pi recente tende invece a ricondurre il fenomeno a una pluralit di punti di partenza e di motivazioni, e a inserirlo nel pi generale movimento espansivo della societ europea dei secoli XI-XII, negando quindi che ci siano state fin dall'inizio un'ideologia della reconquista e una marcia sistematica verso sud.
Il primo focolaio di resistenza ai musulmani viene individuato concordemente nelle Asturie degli inizi dell'VIII secolo, cui altri se ne aggiunsero successivamente nella zona pirenaica (Navarra e Aragona). Si trattava di regioni montagnose assai povere, sulle quali gli emiri (dal 929 califfi) di Cordova rinunciarono a estendere il loro dominio diretto, per il quale si richiedeva una quantit di uomini di cui non potevano disporre, limitandosi a compiervi di tanto in tanto spedizioni militari. L'obiettivo non era quello di ridurre sotto il proprio dominio le piccole formazioni politiche che vi si trovavano, quanto piuttosto di tenerle nella loro sfera di influenza, sollecitando gli atti di vassallaggio dei loro capi.
Un maggiore attivismo degli Stati cristiani  documentato fra Nono e Decimo secolo, anche se non ci fu mai uno sforzo unitario e coordinato. Solo raramente si ebbero vere e proprie campagne militari, trattandosi il pi delle volte di incursioni a scopi di razzia o di interventi a protezione degli uomini impegnati nell'opera di ripopolamento di territori poco abitati (populatores). Allo stesso scopo si costruivano castelli e altre opere di fortificazione, particolarmente numerose nelle zone dell'alto Ebro, talch la regione prese il nome di Castiglia, cio terra di castelli. All'inizio, quindi, furono i soldati a seguire i colonizzatori e non viceversa. Anzi, soldati e colonizzatori si identificavano, perch i populatores dovevano tenersi sempre pronti a prendere le armi, per difendere castelli e villaggi, e per partecipare, sotto il comando di capi locali, a incursioni nei territori musulmani.
Quelli che potevano disporre di un cavallo - i caballeros villanos - godevano di esenzioni fiscali al pari dei nobili.
Fra Decimo e Undicesimo secolo il movimento espansivo assunse maggiore vigore, favorito dalla crisi politica del califfato di Cordova, che nel 1031 scomparve, frantumandosi in una serie di piccole entit politiche. Fu allora che la reconquista, pur conservando il duplice aspetto di conquista militare e di colonizzazione, venne connotandosi anche come impresa politica e religiosa, acquistando poi, nel corso del secolo XI, il carattere quasi di una crociata. Vi contribuirono i legami sempre pi stretti con l'Occidente, dove la rinnovata iniziativa papale aveva avuto come effetto anche quello di scaricare all'esterno del mondo cristiano l'aggressivit della nobilt feudale. Numerosi cavalieri normanni e francesi arrivarono cos in Spagna, per combattere contro i musulmani. Neanche questo valse, tuttavia, a stravolgere il carattere che la reconquista aveva avuto fino ad allora. I sovrani cristiani, infatti, non mancavano di fare appello all'ideale della crociata quando si trovavano in difficolt. Mostravano, per, di perseguire innanzitutto l'obiettivo di sottomettere politicamente i musulmani e non di sterminarli o di costringerli ad andarsene, accontentandosi di imporre loro la propria protezione in cambio di un tributo annuo, cos come l'Islam stesso faceva con i cristiani e gli Ebrei, che si trovavano sotto il suo dominio (dhimm). Nelle regioni in cui erano pi numerosi, i musulmani conservavano perci i loro beni e le loro leggi, oltre alla possibilit di professare liberamente la loro religione.

Subirono restrizioni, per evidenti ragioni di sicurezza, solo nelle principali citt, che dovettero abbandonare, a meno di non accettare di concentrarsi in quartieri periferici a loro destinati. Si comprende perci la delusione dei cavalieri venuti dall'estero, i cui furori crociati mal si conciliavano con la politica dei sovrani spagnoli, improntata a una realistica considerazione dei propri interessi.
Agli inizi del secolo Undicesimo la geografia politica della Spagna, al di l dei continui rimaneggiamenti provocati dalle frequenti aggregazioni e separazioni degli Stati cristiani, pu essere sostanzialmente cos delineata: il regno di Leon nella parte nord-occidentale, da cui si stacc verso la fine del secolo Undicesimo la contea del Portogallo, destinata a trasformarsi in regno intorno al 1140 e ad espandersi lungo la fascia costiera atlantica (nel 1157 il re Alfonso Enriques, con l'aiuto di crociati in viaggio per la Palestina, conquist Lisbona, dove fiss la sua residenza); il regno di Navarra nella parte nord-orientale, che nella prima met dell'XI secolo raggiunse il massimo della sua potenza con Sancio Terzo il Grande (1000-1035), inglobando la Castiglia e parte del Leon; il regno di Castiglia nella parte centrale, in forte crescita al tempo di Ferdinando I, che si annette nel 1037 il Leon (i due regni, tranne che negli anni 1065-1072 e 1157-1230, rimasero definitivamente uniti), e di Alfonso VI, che complet la conquista della valle dell'Ebro e pose la sua capitale a Toledo, sottratta nel 1085 ai musulmani; il regno di Aragona, a ridosso della zona pirenaica, che nel 1137 si un alla contea di Barcellona (nata dalla marca ispanica, creata da Carlo Magno), dando vita a un organismo politico, destinato a grande avvenire, grazie all'integrazione fra le tradizioni militari aragonesi e l'attitudine ai traffici marittimi della popolazione catalana.


18.9
La struttura sociale ed economica degli Stati spagnoli

Il movimento espansivo riprese verso la fine del Dodicesimo secolo e port nel 1212 alla vittoria dell'esercito congiunto castigliano-aragonese a Las Navas di Tolosa, a sud della Sierra Morena. L'avanzata cristiana ormai non era pi contenibile: mentre i Castigliani si impadronivano di Cordova nel 1236 e di Siviglia nel 1248, e gli Aragonesi dilagavano lungo le coste mediterranee, conquistando le isole Baleari e Valenza negli anni 1229-1238, i Portoghesi continuavano ad espandersi lungo la tradizionale direttrice atlantica, giungendo fino ai confini attuali del Portogallo, nell'Algarve.
Verso la met del Duecento la reconquista poteva dirsi sostanzialmente conclusa, essendo rimasto ai musulmani solo un piccolo territorio di circa 30.000 Kmq alle pendici della Sierra Nevada, tra Granada, Almeria e Malaga, dove essi rimasero fino al 1492 come tributari dei re di Castiglia. L'emirato di Granada era, per, una regione ricca per i traffici commerciali, per la produzione artigianale e per la fiorente agricoltura nonch ben popolata, in seguito anche all'arrivo di un gran numero di profughi dalle zone conquistate dai cristiani. Contro di esso i sovrani castigliani non rinunciarono mai ai loro progetti di conquista, ma per pi di due secoli non furono in grado di realizzare uno sforzo bellico risolutivo. Le operazioni belliche si alternarono cos a periodi di pace, durante i quali lungo la frontiera dei due Stati si continuavano a praticare da una parte e dall'altra quelle incursioni a scopo di razzia che, come si  visto, avevano caratterizzato le fasi iniziali della reconquista.
Alla met del Duecento non era soltanto la geografia politica della Spagna ad apparire ormai ben definita nelle sue linee di fondo, ma anche la struttura sociale ed economica dei tre Stati cristiani che ne inglobavano la maggior parte (la Navarra, ridottasi tra Undicesimo e Dodicesimo secolo a un piccolo territorio, fin ben presto con il gravitare verso la Francia).
Al di l delle differenze esistenti tra la Castiglia e l'Aragona, da una parte, caratterizzate da un'economia agricola e pastorale, e la Catalogna e le zone costiere in generale dall'altra, proiettate verso i traffici marittimi e l'economia di mercato, la lunga guerra contro i mori lasci sulla societ spagnola un'impronta destinata a mantenersi nel tempo.
Innanzitutto il carattere di guerra e colonizzazione insieme, che aveva contraddistinto le prime fasi della reconquista, richiedendo un continuo coinvolgimento delle popolazioni rurali e urbane, permise a queste di conseguire larghi spazi di autonomia. In molte zone caratterizzate da popolamento assai rado si costruirono, inoltre, non soltanto villaggi e fortezze, ma anche citt, in cui i colonizzatori (populatores) venivano attratti, come del resto avveniva anche altrove in Europa, con carte di franchigia (fueros) e con l'assegnazione di terre, dentro e fuori la citt, sulla base di divisioni operate dagli agenti del re (repartimiento). All'interno delle citt e delle comunit rurali, che fornivano alla monarchia un prezioso sostegno, anche di carattere militare, avevano una posizione dominante i combattenti a cavallo, i caballeros villanos, di cui abbiamo gi parlato, i quali costituivano una sorta di oligarchia guerriera.
Vantaggi ancora maggiori furono quelli conseguiti da un gruppo ristretto di grandi nobili, dagli ordini militari e dalle chiese vescovili, che accumularono ingenti patrimoni attraverso le distribuzioni di terre fatte dai sovrani.
La grande nobilt, in particolare, promosse la colonizzazione dei suoi vasti domini, attirandovi colonizzatori con il consueto sistema dei fueros e dei repartimientos; tra essi reclutava i contingenti militari, che forniva alla monarchia per la guerra contro i musulmani. Un ceto intermedio tra i caballeros villanos e i grandi nobili erano gli hidalgos discendenti da quei cavalieri che avevano partecipato alla reconquista, ma che non avevano avuto la fortuna di conseguire titoli di nobilt e di accumulare grandi patrimoni.
Fedeli alle loro tradizioni militari, ma perennemente inquieti, essi rappresentavano un elemento di instabilit, soprattutto in una fase in cui gli Stati spagnoli, finito il periodo nel quale tutte le energie erano rivolte all'esterno nella lotta contro i mori, cominciavano a porsi l'obiettivo di consolidarsi al loro interno, dotandosi di pi stabili assetti istituzionali.



Il dibattito
storiografico


Il Federigo Secondo di Kantorowicz


Su Federico Secondo, una delle figure pi affascinanti e discusse del Medioevo, il dibattito storiografico si pu dire che sia iniziato subito dopo la sua morte e abbia registrato sempre toni assai accesi, da parte sia dei suoi estimatori sia dei suoi detrattori: un dibattito fortemente venato di preconcetti ideologici e di malcelati collegamenti con i problemi del tempo in cui operavano gli storici che se ne sono occupati. In questa sede, anzich ripercorrerne le tappe - il che pure sarebbe non privo di interesse preferiamo concentrarci sull'opera di uno dei maggiori storici del Novecento, il cui nome  ormai indissolubilmente legato a quello del sovrano svevo. Lo storico  Ernst Kantorowicz; l'opera  il Federico Secondo imperatore, che, apparsa a Berlino tra il 1927 e il 1931, resta ancora oggi fondamentale negli studi fridericiani, per l'ampiezza della documentazione esaminata e per la chiarezza e il vigore della rappresentazione. (La prima edizione italiana completa  stata pubblicata a Milano, da Garzanti, nel 1976).
Ernst Kantorowicz, nato a Posen (oggi Poznan, in Polonia) nel 1895 da una ricca famiglia di industriali di origine ebrea, si era formato nelle maggiori universit tedesche (Berlino, Monaco, Heidelberg), ascoltando le lezioni del sociologo Max Weber, dello "storico della cultura" Eberhard Gothein e dei medievisti Karl Hampe, Friedrich Baethgen e Percy Ernst Schramm, completando poi la sua preparazione durante i lunghi soggiorni di studio nella biblioteca berlinese dei Monumenta Germaniae Historica, gi da vari decenni tra i maggiori centri propulsori della ricerca storico-erudita in Germania.
Fin dai primi anni Venti del Novecento Kantorowicz era inoltre entrato a far parte del cenacolo del poeta Stefan George, i cui versi insegnavano alla giovent tedesca a riconciliarsi con la propria storia, dopo che gli esiti disastrosi della Grande Guerra e le pesanti sanzioni inflitte alla Germania con il trattato di Versailles ne avevano profondamente ferito l'orgoglio nazionale. Nella cerchia di Stefan George, Kantorowicz impara a contemperare il suo originario fervore nazionalista con l'universalismo culturale e apprende anche come la "scienza" e la "vita" non possano esser considerate due ambiti diversi e distinti nell'unit vivente dell'individuo.
Quindi comprende che l'impegno e il rigore nel reperimento e nell'esame delle "fonti", indispensabili alla ricerca storica, costituiscono le basi per comporre "un'opera storiografica nel senso pieno della parola" solo se lo storico non si lascia fuorviare dagli illusori ideali di una scienza "oggettiva" e "avalutativa", e riconosce in se stesso, nella propria esperienza presente e passata, i princpi regolativi delle proprie scelte e della direzione imposta alle proprie ricerche.
Questa convinzione, che  insieme metodologica ed etica, affiora in tutte le sue opere, dal Federico alle Laudes Regiae (1946), ai Due corpi del re (1957), e sar viva in Kantorowicz anche quando l'affermarsi del nazismo far di lui uno straniero in patria, obbligandolo prima a sospendere l'insegnamento da lui impartito all'universit di Francoforte (1934) costringendolo poi ad abbandonare la Germania (1938), per trovare rifugio oltreoceano. Negli Stati Uniti egli continuer a esercitare il suo magistero anche dopo la seconda guerra mondiale, dapprima all'Universit di Berkeley e in seguito all'lnstitute for Advanced Study di Princeton, dove morir nel 1963.
Il Federico Secondo imperatore rivela sin dall'Avvertenza come non si rivolga ad un pubblico di storici di professione, bens a una pi ampia cerchia di lettori, che dall'attenta e appassionata ricostruzione delle vicende del sovrano svevo avrebbero dovuto trarre non solo un arricchimento culturale, ma anche auspici e prospettive per la crisi politica e culturale in cui, negli anni Venti del Novecento, si dibatteva la Germania weimariana. Kantorowicz e George ritenevano infatti che la storia e le "grandi figure" del passato potessero offrire al presente modelli di comportamento e costituire uno sprone all'azione.
Quest'evidente intendimento politico, presente nella biografia fridericiana, non inficia per il rigore della ricostruzione storica, che si sviluppa secondo princpi metodologici di sicuro interesse anche per lo storico di oggi. Kantorowicz riteneva infatti che per comprendere la storia del sovrano svevo fosse indispensabile tener conto anche di quegli elementi "leggendari", elaborati dalla cultura del Dodicesimo e del Tredicesimo secolo, che la maggior parte dei medievisti tedeschi perlopi evitava di prendere in considerazione o che, se proprio non poteva fare a meno di esaminarli, non tralasciava mai di stigmatizzare come "fuorvianti" perch contrapposti alla realt fattuale. Kantorowicz muoveva invece dalla convinzione che essi avessero un'effettiva incidenza nelle vicende di Federico Secondo, per cui introduce il lettore sin dalla prima pagina della sua opera nella sfera dell'immmaginario degli uomini del Dodicesimo e del XIII secolo, in quel complesso e produttivo intreccio di tradizione e di immaginazione, che secondo Weber  indispensabile al costituirsi di qualsivoglia vincolo di autorit.
Una simile visione della storia e dei compiti dello storico, inevitabilmente, fin col riflettersi anche sulla tipologia delle fonti di cui Kantorowicz fece uso. Diversamente dai medievisti del tempo, che privilegiavano le fonti diplomatiche a scapito di quelle cronachistiche, ritenute inquinanti perch soggettive, Kantorowicz aveva infatti affinato le sue duttili capacit di lettura delle pi disparate fonti diplomatiche, giuridiche, cronachistiche, letterarie, iconografiche e architettoniche - grazie alla dimestichezza con gli "storici della cultura" della seconda met del Diciannovesimo secolo, che erano soliti servirsi di ogni sorta di documentazione per ricostruire la vita di un'epoca e di un personaggio nella loro intrinseca correlazione.  evidente che una concezione come la sua, cos fortemente innovativa rispetto alle consuetudini di ricerca degli storici tedeschi del tempo, non potesse non suscitare malintesi, ostilit e ostracismi. Emblematica fu la reazione di Albert Brackmann, che nel corso di una polemica dai toni assai aspri denunci la filiazione intellettuale dell'opera dal cenacolo di Stefan George, additando in essa l'avvento di una concezione storiografica contraria alla pura determinazione dei fatti e protesa invece all'esaltazione delle grandi ed eroiche personalit del presente e del passato.
Non meno eloquente fu per anche la posizione assunta da Karl Hampe, nei primi decenni del Novecento tra i pi autorevoli studiosi di temi fridericiani.
Egli, pur nell'intento di difendere la scientificit di un'opera che i pi definivano spregiativamente letteraria, voleva che i due piani del discorso - quello "scientifico" e fattuale e quello della fantasia e delle rappresentazioni - andassero scrupolosamente distinti e persino trattati in sedi diverse. Tali giudizi non sono rimasti isolati, e anzi riaffiorano ripetutamente anche in studi recenti, come quelli di David Abulafia e di Norman F. Cantor, rivelando come talvolta prevalgano l'inerzia e la vischiosit di radicate convinzioni anche nell'ambito della ricerca storica.
Uno dei maggiori studiosi di Kantorowicz  oggi Roberto Delle Donne, che gli ha dedicato vari saggi, ora raccolti nel suo volume Nel vortice delle storicizzazioni. Storiografia tedesca di ieri e di oggi, Napoli, Guida, 2000. Importante  anche il volume di A. Boureau, Kantorowicz. Geschichten eines Historikers, Stuttgart, Klett-Cotta, 1992, con una Postfazione (Nachwort) dello stesso Delle Donne. Le recensioni di Brackmann e di Hampe apparvero nella "Historische Zeitschrift", rispettivamente, nel n. 140 (1929), pp. 2-30, e nel n. 146 (1932), pp. 441-475. I lavori di Abulafia e di Cantor a cui si  fatto riferimento sono, rispettivamente, Kantorowicz and Frederick II, in D. Abulafia, Italy, Sicily and the Mediterranean 1100-1400, London, Variorum Reprints, 1987, pp. 193-210, e Inventing the Middle Ages. The Lives, Works and Ideas of the Great Medievalists of the Twentieth Century, New York, Morrow, 1991, soprattutto le pp. 79-117.
Al sovrano svevo sono state dedicate negli ultimi anni varie monografie e, in occasione delle celebrazioni per l'ottavo centenario della sua nascita, molti convegni, soprattutto in Italia. Tra le monografie: D. Abulafia, Federico Secondo. Un imperatore medievale, Torino, Einaudi, 1990; W. Strner, Federico Secondo. Il potere regio in Sicilia e in Germania. 1194-1220, Roma, De Luca, 1998; P. Racine, Federico Secondo di Svevia. Un monarca medievale alle prese con la sorte, Milano, Giuffr, 1998. Tra i convegni, i cui Atti sono stati finora pubblicati: Federico Secondo e il mondo mediterraneo; Federico Secondo e le scienze; Federico Secondo e le citt italiane, 3 voll., a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Palermo, Sellerio, 1994; "Speciales fideles imperii". Pavia nell'et di Federico Secondo, a cura di E. Cau e A.A. Settia, Pavia, Antares, 1995; Friedrich II.
Tagung des Deutschen Historischen Instituts in fiom im Gedenkjahr 1994, a cura di A. Esch e N. Kamp, Tbingen, Max Niemeyer, 1996.



Bibliografia

Per i processi di costruzione statale nei vari regni dell'Europa occidentale si pu partire dai saggi di sintesi di: C. Carezzi, Le monarchie feudali: Francia e Inghilterra, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 339-367; P. Corrao, Regni e principati feudali, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 319-362.
Assolutamente da leggere un classico della storiografia sull'argomento: E. Kantorowicz, I due corpi del re. L'idea di regalit nella teologia politica medievale, Torino, Einaudi, 1989 (ed. orig. Princeton 1957).
Per i vari regni esistono, ovviamente, opere monografiche. Per la Francia: La France de Philippe Auguste. Le temps des mutations, a cura di R.H. Bautier, Paris, Centre national de la recherche scientifique, 1982; N. Coulet-J.P. Genet, L'tat moderne: le droit, l'espace et les formes de l'tat, Paris, Centre national de la recherche scientifique, 1990.
Per la Germania: G. Tabacco, L'impero romano-germanico e la sua crisi (secoli X-XIV), in La storia, cit., vol. II, pp. 305-338; J.P. Cuvillier, Storia della Germania medievale, Firenze, Sansoni, 1985.
Per l'Inghilterra: G.M. Trevelyan, Storia d'Inghilterra, Milano, Garzanti, 1979; J. C. Holt, Magna Charta and medieval Government, Cambridge, University Press, 1992.
Per la Spagna: J. Vicens Vives, Profilo della storia di Spagna, Torino, Einaudi, 1966; P. Iradiel-S. Moreta-E. Sarasa, Historia medieval de la Espana cristiana, Madrid, Catedra, 1995.
Per il Regno di Sicilia: S. Tramontana, La monarchia normanna e sveva, Torino, UTET, 1986; G. Vitolo, L'et svevo-angioina, in Storia e civilt della Campania, vol. II, Napoli, Electa Napoli, 1992, pp. 87-136; R. Caravale, Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale, Bologna, il Mulino, 1994; E. Pispisa, Medioevo fridericiano e altri scritti, Messina, Intilla, 1999; Il "Liber Augustalis" di Federico Secondo di Svevia nella storiografia, a cura di A.L. Trombetti Budriesi, Bologna, Patron, 1987; Federico Secondo di Svevia, De arte venandi cum avibus, a cura di A.L. Trombetti Budriesi, Roma-Bari, Laterza, 2000.
Per lo Stato della Chiesa: G. Arnaldi, Le origini dello Stato della Chiesa, Torino, UTET, 1987; S. Carocci, Il nepotismo nel Medioevo. Papi, cardinali e famiglie nobili, Roma, Viella, 1999.




Le origini della Russia e l'impero mongolo

19.1
Il principato di Kiev e la conversione dei Rus

Tra Ottavo e Nono secolo pirati-mercanti provenienti dalla Scandinavia, detti Vareghi o Variaghi (cio Vichinghi), si mossero lungo le due vie commerciali che collegavano il mare Baltico con i grandi imperi bizantino e arabo: la prima metteva capo al mar Nero attraverso i bacini dei fiumi Ovina e Dniepr; la seconda raggiungeva il mar Caspio attraverso il fiume Neva, i laghi Ladoga e Onega, e il corso del Volga. Le popolazioni slave chiamavano Rus questi stranieri, che creavano nuovi insediamenti o si stabilivano nei pressi dei mercati frequentati da arabi e da altri mercanti alla ricerca di miele e pellicce. Verso la met del Nono secolo i Rus presero, per, a imporsi alle popolazioni locali, assumendo il controllo di Novgorod e di Kiev, centri commerciali dove erano gi numerosi. Rinforzati poi dall'afflusso di altri gruppi provenienti dalla loro terra di origine, diedero vita, sotto la guida di Oleg, a una vasta dominazione territoriale, il principato di Kiev, aggregando intorno a s le trib degli Slavi dell'Est, ai quali si assimilarono, ma ai quali diedero a loro volta il nome.
I principi di Kiev strinsero con Bisanzio rapporti commerciali, che vennero regolamentati nel 944 da un apposito trattato. Ed  proprio un imperatore bizantino, Costantino Settimo Porfirogenito, a informarci sul commercio russo verso il 950: nel mese di giugno barche provenienti da ogni parte dell'attuale Russia occidentale (Novgorod, Smolensk, Cernigov e altri centri) si radunavano a Kiev, allora gi diventata un grosso centro, dove formavano un convoglio armato, organizzato dal principe stesso; quindi discendevano il Dnepr e lungo la costa del mar Nero arrivavano a Costantinopoli.
Una svolta si ebbe con il principe Vladimir (978-1015). Per stringere intorno a s tutte le trib slave unendole nel culto a un dio comune, egli promosse la conversione del suo popolo al Cristianesimo ed egli stesso ricevette il battesimo la domenica di Pentecoste del 19 maggio 989, cui segu, il 15 agosto, quello degli abitanti di Kiev nel fiume Dnepr.
Si tratt del pi grande successo dei missionari bizantini e di un avvenimento di grandissima importanza nella storia della Cristianit. La chiesa russa fu posta sotto la guida del metropolita di Kiev, nominato dal patriarca di Costantinopoli. I metropoliti, che ebbero innanzitutto l'incarico di creare una rete di diocesi, furono quasi tutti greci e inserirono perfettamente la loro chiesa nella comunit cristiana di rito greco, portando in Russia anche l'arte religiosa bizantina.
A partire dalla met del secolo Undicesimo il principato di Kiev cominci a decadere sia per i continui attacchi alle sue frontiere meridionali da parte di Peceneghi e Cumani, trib di ceppo turco stanziate tra il mar Nero e il mar Caspio, sia per il declino delle vie commerciali russe in seguito alla ripresa dei traffici mediterranei. Un terzo fattore di debolezza fu rappresentato, infine, dalle lotte dinastiche, alimentate anche dalla consuetudine di dividere il potere tra i vari membri della famiglia del principe. Se ne avvantaggiarono formazioni politiche poste pi a nord: il principato di Novgorod, che aveva il suo centro in quell'importante citt commerciale e comprendeva l'ampio territorio gravitante sui laghi Ladoga e Onega, nonch i principati del bacino superiore del Volga, Rjazan e Vladimir, cui si aggiunse sul finire del secolo Tredicesimo quello di Mosca.



19.2
La comparsa dei Mongoli di Gengis Khan

Vecchie e nuove formazioni politiche, trib di Peceneghi e Cumani, tutte erano destinate ad essere travolte dai Mongoli, popolazioni seminomadi provenienti dall'attuale Mongolia. La prima ondata arriv nel 1223 e spazz via un esercito congiunto russocumano presso il fiume Kalka, a nord del mare d'Azov. Ma si tratt per il momento solo di un episodio: l'attacco vero e proprio sarebbe avvenuto una quindicina d'anni dopo. Ma come si trovavano i Mongoli cos lontani dalle loro sedi? Tradizionalmente tutto viene ricondotto alla figura di Temugin, detto Gengis Khan, il grande guerriero che per primo organizz militarmente quel popolo di nomadi e pastori, lanciandolo alla conquista del mondo. Di recente  stato per accertato che suo nonno e suo padre gi avevano dato vita a una formazione politica attraverso l'aggregazione di alcune trib e che egli fu tutt'altro che un semplice guerriero, ma ag con la consapevolezza di compiere, attraverso l'unificazione di innumerevoli popoli, un'altissima funzione.
Straordinaria fu la sua capacit di valorizzare a fondo la tradizione guerriera del suo popolo, ma ancora pi straordinaria fu la sua capacit di trasformare trib in continuo contrasto tra di loro in una nazione stretta intorno a un unico sovrano e soggetta a una solo legge, la yasaq, fatta di poche norme: non rubare, non commettere adulterio, non dire false testimonianze, rispettare i vecchi, i saggi e i poveri, rispettare i culti e le religioni degli altri popoli. Lo stesso aveva fatto, come si ricorder, Maometto con gli Arabi, ma al confronto l'opera di Gengis Khan si impone per la strabiliante rapidit con cui furono realizzate le sue conquiste e furono aperti nuovi orizzonti di civilt.
Vissuto sessanta-settant'anni (nacque tra il 1155 e il 1167, mor nel 1227), nel 1206 aveva gi inglobato nel suo dominio tutte le trib mongole; nel quindicennio successivo si spinse a nord fin oltre il lago Baikal, a est fino alle coste del Pacifico, a sud fino alla fascia della Cina settentrionale compresa tra la regione del Sinkiang e Pechino, a sudovest fino all'Afghanistan, a ovest fin quasi al lago d'Aral, nell'attuale Kazakistan. Intorno al 1220 tutti i suoi sforzi si concentrarono sul fronte occidentale, con scorrerie che raggiunsero la Mesopotamia, la Georgia e, come abbiamo visto, la Russia meridionale. Nel 1226-27 si volse di nuovo verso la Cina, per completarne la conquista, ma la morte non gli consent di realizzare il suo progetto.
Nei confronti delle popolazioni soggette Gengis Khan ebbe un atteggiamento improntato a grande duttilit. Quelle che si sottomisero spontaneamente non subirono danni, ma trassero anzi vantaggi economici dal trovarsi inserite nella dominazione mongola, nell'ambito della quale furono facilitati i traffici commerciali. Quelle che invece opposero resistenza furono decimate e videro distrutte le loro citt. Passata tuttavia la furia devastatrice della conquista - si  calcolato che l'avventura di Gengis Khan cost all'Eurasia circa dieci milioni di morti -, cominciarono ad apparire i primi segni del superamento di tanti aspetti caratterIstici della civilt nomade. Ai territori soggetti fu imposta una rudimentale amministrazione affidata a funzionari mongoli, che raccoglievano tributi e rastrellavano gli artigiani pi abili per trasferirli in Mongolia e dare impulso alle attivit produttive locali. Furono ricostruite citt distrutte. Fu fondata una capitale a Karakoruml (ne esistono ancora le rovine a ovest dell'odierna Ulan Bator), dove avevano sede gli organi centrali dello Stato e dove affluivano gli uomini di cultura ospitati a corte.
Nello stesso tempo si consolid ulteriormente il ruolo politico e militare dei pi stretti collaboratori di Gengis Khan, che si dot anche di una fedelissima e numerosa guardia del corpo, forte di ben diecimila uomini, reclutati tra i figli dei capi militari, ma anche coloro che avevano dato buona prova di s sui campi di battaglia. Rest, infatti, sempre aperta la possibilit di fare carriera a chi ne aveva le capacit, in una societ che, per quanto gerarchizzata, manteneva ancora molti tratti del suo originario carattere egualitario.
La morte di Gengis Khan, nonostante le difficolt connesse alla successione, non valse a frenare lo slancio espansivo dei Mongoli o dei Tatari, come anche venivano chiamati (la deformazione in "Tartari" avvenne in Europa, dove le immani distruzioni da loro operate li fecero considerare mostri usciti dall'Inferno): slancio espansivo che continu lungo le precedenti direttrici. Cos fu completata la conquista della Cina e della Corea, fu sottomessa l'intera Persia e un grande esercito al comando del generale Subotai ricomparve nel 1237 nelle pianure dell'Europa orientale. Nel giro di pochi anni, travolti i principati russi, Kiev fu distrutta nel 1240 - e, uno dopo l'altro, gli eserciti ungherese e polacco, i Mongoli arrivarono a Cracovia e Breslavia, in Polonia. Minacciavano ormai anche Vienna e gi in Germania era in atto la mobilitazione generale e il papa Gregorio Nono lanciava la crociata, quando all'improvviso, nel 1242, cominciarono a ripiegare, lasciando tutta l'area danubiana in un'immane desolazione. Le popolazioni europee tirarono un sospiro di sollievo, ma i principati russi restarono vassalli dell'Orda d'oro, una delle formazioni politiche (khanati), che, come vedremo tra poco, nacquero dalla divisione dell'impero di Gengis Khan.
Continu invece l'avanzata a sud-ovest verso l'Armenia, l'Azerbaigian, la Mesopotamia, la Siria e l'Egitto. Baghdad fu saccheggiata nel 1258 e lo stesso califfo fu ucciso. In Egitto per le torme dei cavalieri mongoli si infransero contro la resistenza dei Mamelucchi, mercenari turchi al servizio del sultano, che li sconfissero nel 1260, costringendoli alla ritirata. Poco dopo rifluirono anche dalla Mesopotamia, che torn sotto la sovranit araba. Un'altra battuta d'arresto la subirono in India ad opera del sultano di l, mentre invece il Giappone fu salvato dalle tempeste, che discussero ripetutamente la flotta dei conquistatori, pronta a salpare dai porti della Corea.
All'origine di questi primi insuccessi c'erano non soltanto le maggiori capacit di resistenza di alcune agguerrite formazioni politiche, ma anche le rivalit sempre pi accese tra i familiari e i discendenti di Gengis Khan (Chingizidi). Ad esse si aggiungevano le tendenze separatistiche, inevitabili in un cos vasto organismo politico, che negli anni Settanta del Tredicesimo secolo si estendeva dal Pacifico ai confini dell'Ungheria e della Polonia.
Si formarono cos quattro grandi imperi, destinati a differenziarsi sempre di pi tra di loro, in aderenza alla particolare fisionomia dei territori e dei popoli che ne facevano parte: l'impero degli Ilkhan, che comprendeva l'Iran, parte dell'Iraq, l'Azerbaigian, l'Afghanistan, il Pakistan, il Turkmenistan, l'Uzbekistan; il Khanato di Chagatay, comprendente il Sinkiang cinese, il Kirgizistan, il Tagikistan e parte del Kazakistan, nonch l'impero del Gran Khan e l'Orda d'oro, di cui ora ci occupiamo pi dettagliatamente.


19.3
Il Gran khan Kubilai, Marco Polo e la via della seta

Il maggiore degli imperi mongoli fu quello che comprendeva grosso modo le attuali Mongolia e Cina, il cui sovrano aveva il titolo di Gran khan. Raggiunse il massimo della potenza e dello splendore al tempo di Kubilai (1260-1294), il quale trasfer la capitale da Karakorum a Pechino, che prese il nome di Khanbalik (= la citt del khan). Cerc di estendere la sua autorit anche sull'impero insulare del Giappone, ma non pot realizzare il suo progetto, perch due colossali flotte, allestite nel 1274 e nel 1281 in Corea - la prima di novecento e la seconda di tremila navi - furono disperse dalle tempeste.
Intanto in Cina, paese con un'economia assai prospera e con una classe dirigente dallo stile di vita assai raffinato, i rozzi costumi dei Mongoli si venivano lentamente modificando, grazie anche alla conversione al Buddhismo. Essendosi sparsa anzi la voce che il Gran khan volesse convertirsi al Cristianesimo, il papa Innocenzo Quarto gli invi dopo il concilio di Lione del 1245 alcuni missionari. Tra questi il pi noto  il francescano Giovanni da Pian del Carpine, che descrisse i luoghi e i popoli da lui visitati nella sua Historia Mongolorum. Altri francescani e domenicani lo seguirono subito dopo per impulso di Luigi Nono di Francia, che nutriva la speranza di poter promuovere un'alleanza tra Stati cristiani e imperi mongoli contro il comune nemico islamico, magari con la mediazione del prete Gianni, il leggendario re cristiano che, secondo una credenza diffusa da almeno un secolo, dominava grandi e ricchi territori lontani. Alla base di queste speranze e di queste leggende c'era per qualcosa di vero, dato che effettivamente nel cuore dell'Asia dominata dai Mongoli vivevano alcune trib turche, che avevano accolto fin dal secolo Ottavo il Cristianesimo nella versione nestoriana; e cristiani nestoriani, provenienti anche dall'Iran, erano ben accolti alla corte del Gran khan. Le missioni cattoliche non diedero, tuttavia, alcun risultato n sul piano politico n su quello religioso, dato che i Mongoli, assimilandosi ai Cinesi, si andavano ormai orientando sempre di pi verso il Buddhismo.
Oltre ai missionari furono i mercanti italiani a recarsi tra i primi alla corte del Gran khan, a Karakorum e poi a Pechino. Li spingeva a un cos lungo viaggio la prospettiva di raggiungere direttamente i luoghi di produzione della seta e delle spezie, arrivando in Cina attraverso le piste carovaniere che passavano per Baghdad, Teheran e Samarcanda.
Rendeva ora meno pericoloso il viaggio la pax mongolica, vale a dire la relativa sicurezza resa possibile dal pieno controllo che dell'intera area avevano i Mongoli, i quali per ragioni politiche e militari curarono in modo particolare i collegamenti all'interno del loro vasto dominio, facilitando cos anche la circolazione delle merci e gli scambi culturali.
Tra questi primi viaggiatori si pongono i veneziani Niccol e Matteo Polo, che fecero un primo viaggio tra il 1261 e il 1268, raggiungendo a Pechino il Gran khan Kubilai.
Tre anni dopo intrapresero un secondo viaggio, questa volta insieme al figlio di Niccol, Marco (1255-1325 ca.), il quale rimase diciassette anni (dal 1275 al 1292) alla corte del Gran khan, di cui si guadagn l'amicizia e la fiducia, al punto che gli furono affidate importanti missioni diplomatiche. Ebbe cos la possibilit di raccogliere una gran quantit di notizie su usi e costumi delle popolazioni locali nonch sulle caratteristiche fisiche, sulla fauna e sui prodotti dei territori che attraversava, ma anche di quelli di cui sentiva parlare da altri viaggiatori e mercanti, come il lontano Zipagu, cio il Giappone.
Naturalmente ebbe modo di conoscere bene anche l'organizzazione politica e amministrativa della Cina, che egli chiamava Catai. Tutto questo patrimonio di conoscenze conflu in un lungo racconto, che egli, caduto prigioniero durante una battaglia navale tra Genovesi e Veneziani lungo le coste della Dalmazia, dett nel 1298 a Rustichello da Pisa, suo compagno di cella. Il Milione - come furono poi intitolate le memorie di Marco Polo - contribu enormemente a diffondere l'immagine dell'Oriente come paese delle meraviglie e delle ricchezze.


APPROFONDIMENTI

LE TECNICHE MILITARI DEI MONGOLI

Il successo dei Mongoli era dovuto non soltanto alla loro straordinaria abilit di cavalieri e di combattenti, ma anche all'organizzazione militare creata da Gengis Khan, che fu capace di trasferire in un'armata gigantesca di 150.000 cavalieri, soggetta a una ferrea disciplina, le tecniche di caccia proprie dei nomadi; tra esse la rapidit degli spostamenti e la manovra a tenaglia, che consisteva nell'accerchiare la preda prima di colpirla.
L'esercito fu organizzato sulla base di un principio decimale: dieci cavalieri formavano un drappello, dieci drappelli una centuria, dieci centurie uno squadrone di mille e dieci squadroni un'armata di diecimila. Ogni unit aveva un comandante, a sua volta agli ordini del capo dell'unit pi grande; egli era responsabile non soltanto dei suoi uomini, ma anche delle loro famiglie, dato che l'organizzazione militare aveva sostituito quella tribale e quindi restava operante anche in tempo di pace. Dell'esercito facevano parte perci anche le donne, che avevano un ruolo di supporto, ma erano chiamate addirittura a combattere in caso di emergenza.
Fu molto curato l'equipaggiamento, per consentire di affrontare qualsiasi situazione anche ambientale. Ogni soldato era dotato di due archi, uno pi corto da usare a cavallo e un altro pi lungo per quando combatteva a piedi, con relativa dotazione di frecce, leggere per il tiro lungo e pesanti per quello ravvicinato. Aveva inoltre due spade, quattro scudi di grandezza diversa, un'armatura di cuoio con rinforzi di acciaio nonch tutta una serie di attrezzi, tra cui una scure, una lima, tende, pellicce.
Nel momento in cui gli squadroni dei cavalieri mongoli uscirono dal mondo delle steppe e mirarono alla conquista dei grandi imperi dei sedentari, dovettero impadronirsi delle tecniche per assalire le citt fortificate.
Appresero cos rapidamente dai Cinesi a fabbricare macchine di assedio e ordigni esplosivi, tra cui grosse mine, che facevano esplodere sotto le mura nemiche, e sfere metalliche piene di polvere da sparo e dotate di miccia, che lanciavano mediante delle specie di catapulte contro le fortezze assediate.



19.4
L'Orda d'oro e l'emergere di Mosca tra i principati russi

L'ultimo degli imperi nati dalle conquiste di Gengis Khan fu l'Orda d'oro, che comprendeva un vasto territorio euroasiatico a cavallo degli Urali, dal bacino del Volga alla Gergia e al lago Balkhas nell'attuale Kazakistan. Esso fu il primo ad acquisire una sua particolare fisionomia, distaccandosi dal mondo mongolo e integrandosi gi nella seconda met del secolo Tredicesimo in quello islamico-mediterraneo. Lo dimostrano la conversione all'Islam della grande maggioranza dei dominatori e gli stretti rapporti economici e culturali con l'Asia minore e l'Egitto.
Questo, tuttavia, se favor l'integrazione dei Tartari con le popolazioni turche e musulmane dei loro domini, rese impossibile un processo analogo con quelle cristiane e quindi con i Russi. Di questi solo gli abitanti della parte meridionale dell'odierna Ucraina e della Crimea si ritrovarono sotto il loro dominio diretto, mentre gli altri continuarono a essere sottoposti ai loro principi, che dovettero riconoscersi vassalli del khan, recandosi periodicamente alla sua corte di Sarai, sul basso Volga (probabilmente sul sito dell'attuale Volgograd, l'ex Stalingrado), per rendere conto del loro operato. All'interno dei loro domini dovevano, inoltre, tollerare la presenza di ufficiali tartari con un loro seguito armato, incaricati della riscossione dei tributi. Ma per il resto godevano di piena autonomia, e lo stesso valeva per la Chiesa ortodossa, il cui metropolita da Kiev si trasfer prima a Vladimir e poi a Mosca, pur continuando a portare il titolo di "metropolita di Kiev e di tutta la Russia".
Il protettorato mongolo non influ neanche sulla dialettica politica interna al mondo russo, di cui i vari principi si contendevano l'egemonia. La supremazia fu conseguita all'inizio da Vladimir, il cui principe consegu il titolo di "gran principe", e dove nel 1229 si trasfer il metropolita Zosimo. Nei primi decenni del Trecento ci fu per una forte ascesa di Mosca. La sua esistenza  documentata per la prima volta nel 1147, quando era poco pi di un villaggio circondato da una palizzata ai piedi di un castello (Cremlino, da kreml = fortezza); ma gi alla met del secolo seguente era cresciuta di importanza grazie alla sua felice posizione al centro di una rete fluviale, su cui si svolgeva un intenso traffico. La citt, che aveva preso il nome del fiume, la Moscova, sulle cui rive era sorta, ebbe un ulteriore sviluppo dopo la conquista dei Mongoli e la distruzione di Kiev, che spinsero verso il nord molti russi desiderosi di sottrarsi al loro dominio diretto; e Mosca offriva un buon rifugio, protetta com'era dai boschi e dai terreni paludosi, poco adatti alle travolgenti cariche degli invasori.
Alla fortuna di Mosca contribuirono per anche i suoi principi, che agli inizi del Trecento, con Ivan I, seppero condurre un'abile politica, per erodere il predominio che aveva nell'area la vicina Vladimir, non esitando a schierarsi dalla parte dei Tartari contro i loro connazionali. Il risultato fu che Ivan Primo (1325-1359) ebbe nel 1327 non solo il titolo di "gran principe", ma anche l'incarico di provvedere alla riscossione dei tributi, che tutti i principi russi dovevano all'Orda d'oro. Questa posizione di preminenza fu poi consolidata dal trasferimento in citt del metropolita, la cui presenza valse a sanzionare il ruolo di Mosca come guida di un rinnovato processo di unificazione nazionale.
Nel 1380 i tempi sembrarono maturi per iniziare la riscossa contro i Tartari, che furono sconfitti a Kulikovo sul Don da una coalizione russa guidata dal principe Dimitri (1359-1389), il quale si guadagn cos il soprannome di Donskoi (vincitore della battaglia sul Don). Il successo fu vanificato nel giro di poco tempo, perch gi nel 1382 i Tartari furono in grado di riprendere il controllo della situazione, saccheggiando Mosca e costringendo tutti i principi russi a riconoscere di nuovo la sovranit del khan. Si tratt, peraltro, di una battuta d'arresto solo temporanea, perch, indebolitasi di nuovo l'Orda d'oro in seguito alla frantumazione in vari khanati in conflitto tra di loro, i principi di Mosca furono in grado di risollevare le condizioni della citt e di riprendere la loro posizione di predominio nella regione. Di questa ripresa e del consolidamento dello Stato russo tra Quattro e Cinquecento parleremo nel cap. 24, nel contesto di un pi ampio discorso sull'Europa orientale.
Qui, per completare il quadro del mondo russo in questo periodo (sul quale, comunque, avremo ancora occasione di ritornare),  opportuno accennare ad altre due formazioni politiche, che sembravano in grado, tra Due e Trecento, di contestare il potere dei principi moscoviti. La prima  il Granducato di Lituania, nato nella seconda met del Tredicesimo secolo dall'unione di popolazioni baltiche in gran parte pagane. Esso, come si vedr a suo luogo, al tempo del granduca Jagellone si un alla Polonia, dando vita a un grande regno polacco-lituano sotto la guida dello stesso Jagellone, che prese il nome di Ladislao Secondo (1386-1434). Condizione dell'unione fu la conversione al cattolicesimo, che comport la creazione di una sede vescovile nella capitale Vilna. In questa maniera la Lituania, legandosi al mondo polacco e cattolico, vide ridursi di molto la sua influenza sul mondo russo, pur avendo all'interno dei suoi confini le attuali Bielorussia e Russia bianca nonch la parte settentrionale dell'Ucraina.
Pi strettamente legato alle vicende dei principati russi dell'alto Volga fu invece il principato di Novgorod, sul quale la sovranit tartara fu puramente formale, ma che dovette lottare nel corso del Duecento per bloccare i tentativi espansionistici, prima, degli Svedesi e poi dei Cavalieri teutonici. Protagonista di quelle guerre fu il principe Alessandro (1228-1263), considerato poi santo, che sconfisse i primi nel 1240 presso il fiume Neva (di qui il soprannome Nevski) e gli altri nel 1242 sulla superficie gelata del lago Peipus, in Estonia, in una battaglia rievocata dal regista russo Eisenstein in un celebre film (intitolato Aleksander Nevskij). Nel corso del Trecento i suoi successori strinsero per rapporti sempre pi stretti con la Lituania, inimicandosi cos i principi di Mosca, che, come vedremo, nella seconda met del Quattrocento ridussero Novgorod sotto il loro dominio.



LA QUESTIONE DELL'"ARRETRATEZZA" DELLA RUSSIA

Il dibattito storiografico

Come si  detto, l'Orda d'oro, che gi nella seconda met del Tredicesimo secolo si era distaccata dal mondo mongolo per integrarsi in quello islamico-mediterraneo, aveva il dominio diretto della sola parte meridionale dell'odierna Ucraina e della Crimea, mentre sui principati russi esercitava solo un forte protettorato, consistente soprattutto nella riscossione di tributi, ma che non influiva sulla loro dialettica interna. Basta questo per poter dire che i Mongoli hanno separato la Russia dal resto dell'Occidente, islamizzandola e ponendo le premesse della sua successiva arretratezza rispetto ai paesi europei? Gli storici russi del Settecento e degli inizi dell'Ottocento furono concordi nel rispondere di s, ma gi verso la met dell'Ottocento questa convinzione fu messa in discussione da Sergej Michajlovic Solov'ev (1820-1879), autore di una monumentale Storia della Russia dai tempi pi antichi (cos suonerebbe in italiano il titolo russo), pubblicata tra il 1851 e il 1879, nella quale, da un lato, colse gli elementi di positivit della dominazione mongola, che non avrebbe impedito affatto l'evoluzione interna della societ russa e il consolidamento del principato di Mosca, dall'altro neg che esso fosse molto diverso rispetto agli altri Stati dell'Europa occidentale.
Su questa linea interpretativa si  collocato nei primi decenni del Novecento Michail Nikolaevic Pokrovskij (1868-1932), autore di una Storia della Russia, pubblicata nel 1913 (in seconda edizione nel 1933) e tradotta in italiano nel 1970 (Roma, Editori Riuniti), nella quale il processo di unificazione intorno a Mosca dei principati russi viene presentato come favorito dalla lotta contro i Tartari e nello stesso tempo viene messo in relazione con la nascita del capitalismo commerciale, che consent di immettere sul mercato il surplus della produzione della grande propriet fondiaria.
La sua tesi, all'inizio accolta favorevolmente, fu poi aspramente combattuta quando la storiografia sovietica marxista, allineandosi sulle posizioni di Stalin, ritorn alla concezione tradizionale dell'oppressione mongola sul popolo russo, causa della collocazione asiatica del paese e della sua arretratezza: concezione, che poi ha trovato pi ampia elaborazione nel libro di B.D. Grekov e A.Y. Yakubovskij, L'Orda d'oro (Roma, Editori Riuniti, 1957; l'edizione russa  del 1950) e sanzione ufficiale nel terzo volume della Storia universale dell'Accademia delle scienze dell'URSS (pubblicata in italiano a Milano nel 1965 dalle Edizioni del Calendario). Oggi  in atto una rivalutazione dell'opera di Pokrovskij e della sua scuola, ma resta sempre largamente prevalente nella storiografia russa la lnea interpretativa del filo diretto tra "giogo mongolo" e arretratezza del paese in Et moderna.  invece fuori della Russia che il problema  stato negli ultimi decenni ed  tuttora oggetto di valutazioni pi equilibrate e attente, che fanno leva, da un lato, sulla larga autonomia di cui godette sotto i Mongoli la societ russa, e dall'altro sul pi ampio contesto geopolitico ed economico, compreso tra il Baltico e il mar Nero, in cui essa si trov ad essere inserita: contesto geopolitico, che vedeva, accanto ai Mongoli e ai principati russi, altri protagonisti, tra cui il granducato di Lituania, il regno di Polonia, gli Ottomani.
Uno dei maggiori esponenti di questo filone storiografico  lo storico russo, emigrato negli Stati Uniti, George Vernadsky, il quale nel suo libro The Mongole and the Russia (New Haven, Vale University Press, 1959) attribuisce comunque ai Mongoli la responsabilit di aver contribuito, con la loro costante minaccia armata, al rafforzamento dell'aristocrazia dei boiari nonch, con l'esempio offerto del khan tartaro, al formarsi del modello del principe come autocrate assoluto: modello, che invece altri tendono a considerare piuttosto di origine bizantina.

Per una panoramica dei problemi legati all'espansione dei Mongoli e soprattutto all'influenza da essi avuta sull'Europa si pu partire dal saggio di G.G. Merlo, I Mongoli da Gengis Khan a Tamerlano, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 555-574, da integrare con C. Masetti, L'Orda d'oro nella storiografia sovietica, in "Rassegna sovietica", 27 (1976), fase. IV, pp. 139-152.
La trattazione complessiva pi importante, nonostante alcuni errori sulla situazione interna dei principati russi segnalati da Merlo, resta pur sempre quella di B. Spuler, Die Goldene Morde. Die Mongolen in Hussland (1253-1502), di cui  da vedere la seconda edizione, apparsa a Wiesbaden nel 1965, da integrare con E.D. Phillips, L'impero dei Mongoli, Roma, Newton Compton, 1979.


Bibliografia

Per un inquadramento generale della storia dell'Europa orientale e della Russia in particolare si pu partire da: F. Dvornik, Gli Slavi nella storia e nella civilt europea, Bari, Dedalo, 1968; J. Macek, L'Europa orientale nei secoli XIV-XV, Firenze, Sansoni, 1974; V. Gitermann, Storia della Russia, Firenze, La Nuova Italia, 1973; J. Chrysostomus, Storia della Chiesa russa, Milano, Jaca Book, 1985.
Per Marco Polo e la via della seta: R.S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Torino, Einaudi, 1975; M. Tangheroni, Commercio e navigazione nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1996.
Sui rapporti tra papato e Mongoli: J. Richard, La papaut et les missions d'Orient au Moyen Age (XII-XV sicles), Rome, cole franaise de Rome, 1977.




Parte IV

L'autunno del Medioevo
e le origini del mondo moderno
L'Europa tra crisi e trasformazione

20.1
Il rallentamento dello sviluppo economico
e la crisi demografica

Agli inizi del Trecento un po' dovunque in Europa si registra un rallentamento di quel processo di crescita, che aveva investito nei tre secoli precedenti tutti i settori produttivi e che aveva avuto nell'aumento della popolazione il suo impulso iniziale o, quanto meno, la sua manifestazione pi evidente. Innanzitutto cominciano a diradarsi, fino ad arrestarsi quasi del tutto, le grandi opere di dissodamento, che avevano permesso nel recente passato di guadagnare alla coltivazione vaste estensioni di terre incolte. Rallentato appare anche il ritmo della fondazione di nuovi insediamenti, che avevano cambiato pi o meno radicalmente nei secoli XI-XIII l'assetto complessivo del territorio europeo. D'altra parte, la crescita demografica dei secoli precedenti aveva indotto alla messa a coltura di terre marginali che, una volta esaurita la fertilit accumulata nel lungo periodo in cui erano state a riposo, si erano rivelate sempre meno produttive. Lo stesso era avvenuto l dove le coltivazioni erano state estese a spese del maggese e dei pascoli comuni: all'aumento iniziale della produzione era seguita una riduzione delle rese per mancanza di concime, provocata a sua volta dalla diminuzione del bestiame. Infatti, le innovazioni introdotte dopo il Mille nell'ambito delle tecniche agricole erano state nel complesso di portata limitata e non erano in grado di concorrere ulteriormente all'aumento della produzione. Perci, quando il rapporto tra popolazione e territorio raggiunse il suo punto di rottura, non si pot evitare l'insorgere di frequenti carestie, che colpivano soprattutto gli strati pi poveri della popolazione.
Le crisi di sussistenza avevano in realt interessato l'Europa anche nel passato, in quanto elemento strutturale delle societ preindustriali. Esse, per, assunsero dimensioni di carattere generale e di particolare gravit negli anni 1313-1317, continuando in seguito con intensit diversa da una regione all'altra, in media con un raccolto insufficiente ogni tre anni e una carestia generale ogni dieci anni. Per avere un'idea della scarsit dei generi alimentari e della conseguente crescita dei prezzi, si consideri che per gli anni 1313-1316  stato calcolato per la Francia e l'Inghilterra un aumento dei prezzi intorno al 300% rispetto agli anni immediatamente precedenti. La conseguenza fu un aumento generale del tasso di mortalit, al quale segu probabilmente un calo del tasso di natalit.
Di recente il calo della produttivit e l'insorgere delle carestie sono stati ricondotti da alcuni studiosi al peggioramento del clima, che sarebbe diventato agli inizi del Trecento pi freddo e piovoso. In verit anche nel passato si  prestata attenzione al fattore climatico, ma esso ha assunto oggi un maggiore rilievo in seguito ai risultati convergenti di studi compiuti in diverse parti del mondo: studi, che hanno rilevato per il Tre-Quattrocento l'avanzamento dei ghiacciai artici e alpini, l'innalzamento del livello del mar Caspio e un pi forte tasso annuo di crescita delle conifere nel sud-ovest degli Stati Uniti. E in effetti le cronache del tempo non mancano di darci notizia di ricorrenti catastrofi naturali, anche se a tal riguardo bisogna tener presente che eventi analoghi sono ricordati per i secoli precedenti e che il loro intensificarsi potrebbe anche essere il risultato del semplice infittirsi della documentazione a partire dal tardo Medioevo. Certo , comunque, che il mar Baltico si copr di ghiaccio nel 1296, nel 1306 e nel 1324; numerosi villaggi posti lungo le coste del mare del Nord furono distrutti da terribili mareggiate nel 1316, nel 1375, nel 1399 e nel 1404; Firenze fu investita da una violentissima inondazione nel 1333; nel 1315 ci furono in tutta Europa piogge torrenziali che durarono dalla primavera all'autunno, e freddo e pioggia caratterizzarono anche l'inverno seguente, protraendosi fino alla successiva estate.
Ma non tutti i dati sono convergenti. Nel 1321 fu la scarsit di piogge e non il loro eccesso a provocare la perdita dei raccolti nell'Europa settentrionale, mentre la carestia del 1373-74 nei paesi del Mediterraneo fu provocata da una lunga siccit invernale, cui fece seguito una primavera eccezionalmente piovosa.
A prescindere tuttavia dall'incidenza del clima,  certo che l'Europa conobbe agli inizi del Trecento frequenti crisi di sussistenza. Queste frenarono la crescita della popolazione e la resero pi esposta alle epidemie, le quali, pur essendo state diffuse in territori pi o meno circoscritti anche nei secoli precedenti, non avevano mai raggiunto una tale gravit da arrestare l'aumento demografico. L'equilibrio tra risorse e popolazione, ovunque assai precario, divenne ancora pi difficile nelle citt. In esse, infatti, cercavano rifugio schiere sempre pi folte di abitanti delle campagne, che nell'organizzazione annonaria urbana ponevano le loro sia pur limitate speranze di sostentamento. Questo fece peggiorare le gi precarie condizioni igieniche delle citt di quel tempo e rese il terreno propizio al dilagare delle malattie e delle epidemie, le quali tra il 1313 e il 1348 valsero a indebolire non poco il patrimonio demografico e biologico dell'Europa (particolarmente violenta fu un'epidemia di vaiolo nel 1336). Fu su una popolazione indebolita dalle carestie e dalle epidemie che si abbatt nel 1348 la "morte nera", la peste bubbonica, i cui effetti disastrosi furono paragonati dai contemporanei a quelli del diluvio universale. Assente dall'Occidente dal Sesto secolo, vi giunse ancora una volta dal Medio Oriente, dilagando prima in Italia, in Francia e in Spagna, e poi in Inghilterra e in Germania, per raggiungere infine nel 1350 i paesi scandinavi, dovunque provocando vuoti paurosi nella popolazione, sia pure di entit diversa da una regione all'altra. Per l'Inghilterra stime attendibili valutano a un quarto il calo della popolazione indotto dal morbo, ma per il Piemonte le perdite furono probabilmente non inferiori a un terzo. Meglio nota  la situazione di alcune citt italiane, per le quali si dispone di dati utilizzabili in senso demografico-statistico.  questo, ad esempio, il caso di Bologna, per la quale - sulla base del rapporto tra l'elenco degli atti alle armi del gennaio 1348 e quello del gennaio 1349 (a Bologna la peste impervers tra il maggio e l'ottobre 1348) -  stato calcolato un tasso di mortalit oscillante fra 1/3 e 2/5 degli abitanti.
N si tratt di vuoti facilmente colmabili, dato che da allora la peste si stabil in Europa in forma endemica, esplodendo pi o meno violentemente ora in una regione, ora in un'altra. Gli anni in cui si registrarono epidemie furono trentadue in Germania tra il 1326 e il 1400, trenta in Inghilterra tra il 1351 e il 1485, trentasette in Italia tra il 1361 e il 1502. In verit non sempre si tratt di peste, ma gli effetti furono gli stessi, dato che su popolazioni debilitate dalla sottoalimentazione e dotate di scarse difese immunitarie qualsiasi malattia contagiosa, anche se di per se stessa meno pericolosa, aveva gravi conseguenze.
A ci  da aggiungere che le epidemie di peste non furono tutte dello stesso tipo. Se infatti quelle del 1348 e del 1371 colpirono soprattutto gli adulti, quella del 1360 infier in modo particolare sui giovanissimi; e i loro effetti combinati, rendendo assai difficile l'opera di recupero demografico, fecero s che solo agli inizi del Cinquecento si tornasse al livello generale della popolazione europea dei primi del Trecento. Un dato significativo per cogliere la gravit delle epidemie posteriori alla peste nera  quello relativo a Pistoia, per la quale, sulla base dell'elenco dei morti forniti da un notaio locale,  stata calcolata per la peste del 1399-1400 una mortalit del 26%.
Il 1348 non fu per solo l'anno della "morte nera". Il 25 gennaio di quell'anno ci fu infatti un forte terremoto (con fessure nel suolo, numerose frane e distruzione totale delle opere in muratura) che devast la Carinzia, nell'Austria centro-meridionale, provocando circa 10.000 morti, ed ebbe un'area di risentimento di oltre 600 chilometri di diametro essendo stato avvertito almeno dal Palatinato (in Germania) all'Ungheria, da Ravenna a Praga. Il sisma, al quale seguirono scosse di assestamento fino al 5 marzo, dest enorme impressione, come  dimostrato dalle numerose testimonianze - almeno ottanta - che ne sono pervenute, una cifra enorme per un evento di et medievale.
Ampiamente ricordato nelle cronache e nei documenti  anche il terremoto dei 1349, che invest in Italia l'Appennino centrale ed ebbe almeno due epicentri, uno nella zona tra Montecassino e Isernia, l'altro nell'Aquilano. A Roma, dove il sisma raggiunse l'ottavo grado della scala Mercalli, sono attestati danni alla basilica di San Pietro e alla chiesa di San Giovanni in Laterano, nonch a varie torri della cinta muraria.


APPROFONDIMENTI

LA VIA DELLA PESTE

Responsabile della peste  un bacillo scoperto nel 1894 a Hong Kong da Alexandre Yersin e detto appunto Yersinia pestes; ne  portatrice la Xenopsylla cheopis, una pulce ospite abituale del ratto nero, ma anche di altri roditori selvatici.
La trasmissione all'uomo avviene o per puntura della pulce o per la penetrazione dei suoi escrementi nella pelle attraverso le mucose o piccole escoriazioni. Le fonti medievali sono concordi nell'individuare nell'Oriente il suo luogo d'origine, e infatti la pulce ha il suo ambiente ideale nel clima caldo-umido di paesi come l'India, il Pakistan e altre regioni della Cina e della Persia.
Studi recenti hanno permesso di localizzare il focolaio di partenza nel cuore del regno mongolo nella regione del lago Balkhas (Kazakistan), da dove, seguendo la via della seta, avrebbe raggiunto Samarcanda nel 1341 e quindi la Crimea nel 1346. Qui il suo passaggio  documentato con certezza dalle vicende della colonia genovese di Gaffa, assediata dai Tartari, i quali avrebbero catapultato in citt cadaveri di appestati, attuando cos una sorta di guerra batteriologica. Nel giugno del 1347 la peste  gi a Costantinopoli, dove si manifesta per prima nel quartiere genovese di Pera; qui certamente era stata importata dalle galee genovesi che, partendo da Gaffa, facevano scalo a Costantinopoli, proseguendo poi per Messina, dove puntualmente l'epidemia esplose con l'entrata delle navi genovesi nel porto.
Nel giro di pochi giorni la peste raggiunse Siracusa, Catania, Agrigento, Sciacca, Trapani e quindi la Sardegna e la Corsica; contemporaneamente da Reggio Calabria risaliva verso nord, arrivando a Napoli nella primavera dell'anno dopo. Intanto le galee genovesi continuarono incredibilmente a diffondere il morbo per le citt costiere del Mediterraneo, attraccando prima a Pisa e infine a Genova ai primi di gennaio del 1348.
Da Pisa la peste raggiunse Lucca a febbraio, Firenze e Pistoia a marzo, Siena, Perugia e Piombino ad aprile e il resto dell'Italia settentrionale entro giugno; resta ancora un mistero perch abbia risparmiato una citt affollata come Milano. La gente, in preda al terrore, abbandonava al loro destino anche i propri congiunti. "Come uno si ponea in sul letto malato quegli di casa sbigottiti gli diceano; io vo per lo medico, e serravano pianamente l'uscio da via e non vi tornavano pi", racconta il cronista fiorentino Marchionne di Coppo Stefani, lo stesso che descrive con crudo realismo la sepoltura dei cadaveri in grandi fosse comuni, dove venivano gettati a strati separati da un poco di terra, "come s minestrasse lasagne a fornire di formaggio".
Da allora la peste non abbandoner l'Occidente fino al Settecento: l'ultima comparsa spettacolare si verificher a Marsiglia nel 1720.


20.2
La guerra e le compagnie di ventura

Se i terremoti coinvolsero solo determinate regioni, un altro flagello di dimensioni pressoch generali si abbatt sull'Europa nel corso del Trecento con una violenza e in proporzioni sconosciute ai secoli precedenti, che pure non erano stati mai tranquilli: la guerra.
Incursioni di Ungari, Vichinghi e Saraceni nonch contrasti tra i signori locali ed episodi di violenza di ogni genere avevano reso agitata la vita nell'Alto Medioevo e nei primi secoli del nuovo millennio, ma si era trattato pur sempre di episodi limitati nel tempo e nello spazio, non paragonabili allo stato di guerra che, a partire dal Trecento, perdur per decenni in alcune regioni.
Le prime a esserne coinvolte furono quelle pi meridionali dell'Italia, in particolare la Sicilia, la Calabria e parte della Campania, teatro della cosiddetta guerra del Vespro, che, scoppiata nell'aprile 1282, dur ben novanta anni, anche se furono soprattutto i primi venti ad avere una forte incidenza sull'economia e sulla societ delle regioni che ne furono colpite, e ci a causa dell'accanimento con cui fu condotta da entrambe le parti e del carattere di guerriglia che impressero ad essa le truppe mercenarie impiegate dagli Aragonesi (gli Almugaveri). Per avere un'idea dei suoi effetti distruttivi, basti considerare il caso di Castellabate, nel Cilento (in provincia di Salerno), che insieme ai suoi villaggi contava prima del 1282 mille nuclei familiari (fuochi), ridottisi nel 1304 a soli novanta.
Le imprese degli Almugaveri in Italia meridionale non erano destinate a restare un fatto isolato, ma prefiguravano il nuovo tipo di guerra che di l a poco si sarebbe diffuso ovunque in Italia e in Europa: una guerra combattuta soprattutto da milizie mercenarie e volta ad annientare l'avversario attraverso la distruzione delle sue risorse, finendo con il configurarsi a volte come una vera e propria guerra economica. Le truppe mercenarie erano un prodotto della societ feudale, trattandosi, soprattutto nei primi tempi, di bande armate capeggiate da esponenti della piccola e media nobilt, ai quali i patrimoni familiari, assottigliandosi di generazione in generazione attraverso le divisioni ereditarie non erano pi in grado di assicurare un livello decoroso di vita. Ci nondimeno esse rappresentavano un deciso superamento degli eserciti feudali, i quali erano formati anch'essi, al pari di quelli mercenari, da professionisti della guerra, ma in senso assai diverso, feudatari, pur essendo in possesso di notevoli capacit militari, prestavano, infatti, la loro opera solo come corrispettivo del feudo ricevuto e secondo modalit definite dalla consuetudine, vale a dire per un periodo di tempo che agli inizi del nuovo millennio si era venuto fissando in quaranta giorni, trascorsi i quali il signore avrebbe dovuto provvedere a sue spese al mantenimento dei vassalli. Il risultato era che gli eserciti feudali risultavano poco consistenti e assai instabili, oltre che difficilmente controllabili, dal momento che erano formati dall'aggregazione di gruppi diversi di armati, ognuno dei quali rispondeva soltanto al proprio capo e non al comandante dell'intero esercito. Lo si vide bene alla prima crociata e se ne accorse anche Federico Barbarossa, piantato in asso dal cugino Enrico il Leone nel bel mezzo della guerra contro i Comuni italiani. A ci  da aggiungere che i suoi componenti, in massima parte cavalieri, erano ancora legati alla concezione della guerra come avventura ed esibizione di destrezza, per cui essa somigliava pi a un torneo che a una lotta senza quartiere, essendo completamente estranea alla mentalit cavalieresca la lunga guerra distruttiva, fatta di rapide incursioni ma anche di assedi e di sistematica distruzione delle risorse del nemico.
Un modello alternativo a quello feudale era fornito dagli eserciti comunali italiani che, come si  visto, diedero buona prova di s al tempo delle lotte contro Federico Barbarossa e Federico Secondo. Essi per, rappresentando un recupero della tradizione germanica dell'esercito di popolo, entrarono in crisi quando all'interno dei Comuni cominciarono a restringersi gli spazi di democrazia e quindi di partecipazione per l'affiorare di tendenze oligarchiche, che culminarono poi nel sorgere delle signorie. Di qui il progressivo disarmo del popolo e lo smantellamento di quelle societ delle armi (societates armorum) che, essendo essenziali per la difesa della citt, svolgevano nelle lotte politiche interne un ruolo che ora si voleva ridimensionare, per escludere dalla vita politica i ceti meno abbienti. Tutto questo, d'altra parte, avveniva proprio in un momento in cui gli organismi politici del tempo (Comuni, Signorie, Principati territoriali, Stati nazionali) erano impegnati da un lato ad allargare la loro base territoriale e dall'altro a rafforzarsi al loro interno, eliminando o riportando sotto il proprio controllo i centri di potere operanti a vario titolo sul territorio; e per l'uno e l'altro obiettivo era essenziale poter contare su contingenti armati stabili ed efficienti, di cui poter disporre in qualsiasi momento.
La convergenza tra la domanda di servizi militari di tipo nuovo da parte degli Stati e l'offerta di un numero sempre crescente di bande armate capeggiate da esponenti della nobilt feudale port, nel corso del Trecento, a una vera e propria esplosione del fenomeno delle milizie mercenarie, con conseguenze di non poca importanza per le popolazioni locali. Innanzitutto la necessit di far fronte a spese militari sempre crescenti per accaparrarsi i condottieri di maggior prestigio e, soprattutto, per evitare di vederseli portar via dagli avversari con ingaggi pi allettanti, costrinse gli Stati ad aumentare la pressione fiscale, senza per che a questo si accompagnasse una maggiore efficienza e razionalizzazione del sistema tributario. Dovunque perci, in Italia e nel resto dell'Europa, gli Stati vissero nel corso del Tre-Quattrocento in una condizione di perdurante precariet finanziaria, che rendeva sempre pi affannoso il reperimento dei mezzi necessari per il pagamento del soldo ai soldati. Questi, che gi in condizioni normali non facevano molta differenza tra le popolazioni che erano chiamati a difendere e quelle dei territori nemici, su tutte gravando con saccheggi e vessazioni di ogni tipo, diventavano poi del tutto incontrollabili in caso di ritardo nel pagamento del soldo. Di qui l'esasperazione delle popolazioni e la preoccupazione di un intellettuale quale Francesco Petrarca, che espresse nella canzone Italia mia lo sgomento sia per lo scempio, che dell'Italia facevano le milizie mercenarie, sia per la beffa causata dalla loro ovvia mancanza di patriottismo, per cui o passavano continuamente da un fronte all'altro o, per risparmiare uomini, inscenavano finte battaglie con i loro colleghi del fronte opposto ("bavarico inganno ch'alzando il dito con la morte scherza"). Bavarico inganno: appunto perch al tempo del Petrarca le compagnie che operavano in Italia erano composte di stranieri.
Le pi note sono: la compagnia del bretone Giovanni di Montreal (noto in Italia come fra' Menale), che saccheggi negli anni 1353-1354 la Toscana, la Romagna e l'Umbria, e che secondo la testimonianza del cronista fiorentino Matteo Villani era formata da 7.000 cavalieri, ai quali si univano "pi di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione per fare male e pascersi di carogna" (Cronica VI, 15); la Grande Compagnia del tedesco Guarnieri di Urslingen, che oper tra il 1342 e il 1351 in Toscana, Emilia e Romagna; la compagnia dell'inglese Giovanni Hawkwood, detto in Italia Giovanni Acuto (1365); la Compagnia Santa (1375-1376), che saccheggi Faenza.
Ad esse si aggiunsero ben presto compagnie italiane, tra cui quella di San Giorgio, fondata nel 1379 dal conte Alberico da Barbiano, che fu considerato un caposcuola e maestro dei due pi famosi condottieri italiani dei decenni a cavallo tra Tre e Quattrocento: il romagnolo Muzio Attendolo Sforza e Andrea Braccio da Montone, detto anche Fortebraccio, umbro di origine. Essi diedero, tuttavia, uno sviluppo originale agli insegnamenti tattico-strategici di Alberico, creando due scuole diverse, quella sforzesca, basata soprattutto sull'abilit e sul coordinamento delle manovre, e la braccesca, che privilegiava la rapidit e la forza degli assalti. Sulla loro scia si mossero altri condottieri, che ebbero nel corso del Quattrocento momenti di gloria pi o meno duraturi.
Grazie a essi le compagnie di ventura, da bande di predatori quali erano state spesso nel secolo precedente, si trasformarono in organizzazioni complesse, i cui capi si configuravano non solo come signori della guerra, ma anche come veri e propri imprenditori economici.
Basti qui ricordare i nomi di Erasmo Gattamelata, Francesco Bussone (il conte di Carmagnola protagonista di una tragedia del Manzoni), Bartolomeo Colleoni, Federico di Montefeltro, Pandolfo Malatesta, Niccol Piccinino, Francesco Sforza. Le loro fortune furono legate allo stato permanente di guerra che venne a caratterizzare l'Italia tra la met del Trecento e quella del Quattrocento a causa, come si vedr pi avanti, dei continui tentativi di egemonia portati avanti dagli Stati italiani.


20.3
Rivolte contadine e tensioni sociali

Guerre e carestie avevano un'incidenza diretta sulla vita delle popolazioni sia rurali sia urbane, contribuendo a far esplodere, da un capo all'altro dell'Europa, rivolte contadine e tensioni sociali. In verit gli storici non sono concordi nell'interpretazione del fenomeno, che colpisce innanzitutto per le sue vaste dimensioni e per l'improvvisa accelerazione che ebbe intorno alla met del Trecento. Sostanzialmente i diversi punti di vista si possono ricondurre a due linee interpretative. Da una parte c' chi considera le rivolte come fatti accidentali legati a eventi ben individuabili, quali le carestie, la recessione economica e la pressione fiscale degli Stati, che avevano bisogno di maggiori risorse finanziarie sia, come si  visto, per reclutare milizie mercenarie sia per dotarsi di un pi vasto apparato di funzionari pubblici. Dall'altra c' chi mette l'accento sui presupposti socio-economici delle rivolte, riconducendole alle condizioni di vita dei ceti rurali: condizioni di vita da sempre precarie, ma nel corso del Trecento soggette a ulteriore peggioramento a causa della maggiore pressione dei signori fondiari, i quali, per far fronte alla recessione economica e assicurarsi i mezzi necessari al mantenimento del loro stile di vita, tentarono di imporre ai contadini nuovi oneri. Rispetto a tutto questo, fatti occasionali quali guerre, carestie, crescita della pressione fiscale, crisi di sovrapproduzione sarebbero stati - per i sostenitori di questa linea interpretativa - solo elementi aggravanti. Quello che  certo, comunque,  che ogni rivolta ebbe caratteri suoi peculiari sia per quanto riguarda i ceti sociali che vi furono coinvolti sia per quel che concerne i tempi e i modi della repressione.
La pi famosa  certamente la jacquerie francese, che esplose nel maggio del 1358.
Il moto contadino, che prese nome da Jacques Bonhomme, soprannome di Guillaume Charles, capo dei rivoltosi, part dall'Ile-de-France e si estese rapidamente in una vasta area, trovando anche l'appoggio del ceto mercantile di Parigi, il cui principale esponente, Etienne Marcel, perseguiva il progetto di ridurre i privilegi e quindi il potere politico della nobilt. Questo non valse a impedire la violenta reazione della nobilt delle campagne, la quale nel giro di pochi giorni ebbe ragione dei rivoltosi, che lasciarono sul terreno circa 20.000 morti. Nonostante per l'importanza che  stata sempre attribuita a questa rivolta, gli storici non sono concordi nel valutarne gli esiti: taluni ritengono, infatti, che tutto ritorn rapidamente come prima, mentre altri sono convinti che l'esplosione della rabbia contadina lasci un vivo ricordo nella memoria dei signori, inducendoli a una maggiore moderazione nei rapporti con le comunit rurali.
Anche la rivolta inglese del 1381 ebbe nei contadini l'elemento propulsivo, ma coinvolse in seguito operai salariati e artigiani, trovando perfino una copertura ideologica in non pochi esponenti del mondo ecclesiastico, impegnati in una radicale contestazione dei vizi del clero e dell'egoismo dei ricchi. Il malcontento, che andava crescendo gi da qualche decennio per effetto dell'inasprimento nelle campagne dei vecchi rapporti di dipendenza e, nel 1351, dell'emanazione dello Statuto dei lavoratori che vietava l'aumento dei salari, esplose nel 1381 in seguito alla crescita del prelievo fiscale causato dalla guerra con la Francia (la guerra dei Cent'anni, di cui parleremo nel cap. 21), che port in quell'anno a triplicare la poll-tax del 1377 nella misura di uno scellino a testa (la poll-tax o testatico gravava nella stessa misura su ogni uomo o donna di et superiore ai quattordici anni, indipendentemente dal reddito). L'esito fu, tuttavia, diverso da quello della jacquerie francese: il re Riccardo Secondo e i nobili si videro costretti ad accogliere buona parte delle richieste dei rivoltosi e a concedere un'amnistia generale, dalla quale furono esclusi soltanto i pi radicali, che si mantennero in armi, finendo poi con l'essere massacrati.
Una realt ancora diversa, che mostra chiaramente come le origini e gli esiti delle rivolte contadine fossero strettamente legati al contesto politico in cui si inserivano,  quella della Catalogna, dove, tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, circa un quarto della popolazione si era venuta a trovare in condizioni di servit della gleba, per cui poteva abbandonare la terra cui era legata solo pagando un riscatto. La situazione, diventata via via pi pesante nel corso del Trecento, esploder in una revuelta General nel 1462, trovando il sostegno della monarchia, allora in lotta contro la bassa nobilt e il patriziato cittadino.
Un movimento che ebbe ugualmente caratteri suoi propri fu quello dei Tuchini, che negli anni Settanta e Ottanta del Trecento si estese dalla Linguadoca, in Francia, al Piemonte. I rivoltosi si volsero soprattutto contro la feudalit, che proprio in quegli anni stava accentuando la pressione fiscale sui contadini, gi esasperati per le continue requisizioni di uomini e prodotti, provocate dalle guerre tra i conti di Savoia, i marchesi di Monferrato e i grandi feudatari. In Piemonte l'epicentro fu rappresentato dal Canavese dove i Tuchini potettero contare sulla solidariet delle popolazioni, giungendo a minacciare la stessa Torino. Privi per di programma politico e di coordinamento operativo, non seppero sfruttare i successi iniziali, per cui nella primavera del 1387 furono ripetutamente sconfitti dall'esercito del conte di Savoia.
In forme del tutto diverse e originali si espresse invece il malessere del mondo contadino in Italia meridionale. Gi agli inizi del Trecento si verificarono un po' dovunque rivolte contro i signori laici ed ecclesiastici, ma esse mantennero sempre un carattere episodico e locale, senza mai dar vita a moti insurrezionali a pi vasto raggio, per cui in genere non ci fu bisogno dell'intervento del potere politico.
Il fenomeno che ebbe carattere pi generale, manifestando addirittura la tendenza a diventare endemico in certe zone, per poi esplodere in forme vistose nei periodi di crisi, fu il brigantaggio, che ebbe una diffusione enorme, e non solo limitata, come in et moderna, alle zone dell'interno: il viaggio da Napoli a Salerno, ad esempio, comportava rischi enormi, perch tutta la zona era infestata di briganti, detti malandrini nei documenti del tempo.


20.4
Le rivolte degli operai dell'industria tessile

Rispetto al quadro europeo delineato finora, l'Italia centro-settentrionale presenta alcuni caratteri peculiari, riconducibili alla straordinaria fioritura urbana dei due secoli precedenti.
In non poche citt c'era stato, infatti, un forte incremento dell'artigianato e, a volte, un vero e proprio sviluppo industriale nell'ambito del settore tessile: sviluppo, al quale poteva essere paragonato solo quello dei grandi centri tessili dei Paesi Bassi.
Nel corso del Due-Trecento, tuttavia, si erano prodotti notevoli cambiamenti nell'ambito dell'organizzazione produttiva. Essi erano riconducibili alla progressiva riduzione del numero delle vecchie botteghe artigiane e all'emergere della figura del mercante-imprenditore, il quale, come si  detto, controllava l'intero ciclo produttivo attraverso l'acquisto della materia prima, la distribuzione del lavoro tra le aziende in cui si svolgevano le varie fasi della lavorazione, e la commercializzazione del prodotto finito: un tipo di organizzazione che consent di evitare il sorgere di grandi opifici con numerosi lavoratori, ma non la concentrazione nei principali centri tessili di un gran numero di salariati.


APPROFONDIMENTI

I LAVORATORI DELL'ARTE DELLA LANA A FIRENZE
ALLA VIGILIA DEL TUMULTO DEI CIOMPI

Cronache e documenti di vario genere ci consentono di valutare per la Firenze del Trecento sia la forte incidenza che i lavoratori dell'industria tessile avevano sul totale della popolazione - circa un quarto - sia l'estrema divisione del lavoro e il numero assai alto di mestieri coinvolti nel complesso del processo produttivo, dal lavaggio della lana alla rifinitura dei panni. La fase iniziale della lavorazione della lana, consistente nella predisposizione del fiocco alla filatura (lavaggio, battitura, cardatura, pettinatura, scardassura), veniva compiuta presso l'azienda del mercante-imprenditore da operai salariati, quali sceglitori, battilani, pettinatori, scardassieri (nell'insieme chiamati Ciompi), i quali, tranne uno o due intervalli per i pasti (a seconda della stagione), lavoravano dall'alba al tramonto, e spesso anche di notte, sotto la sorveglianza dei fattori. A questi ultimi si aggiungevano lanini e stamaioli, che avevano l'incarico di coordinare il lavoro esterno, portando la lana e lo stame a filare, il filato a ordire e a tessere, la lana e il panno a tingere.
La seconda fase della lavorazione, la filatura, era svolta per lo pi da donne che lavoravano nelle proprie abitazioni, dove i lanini e gli stamaioli portavano il fiocco della lana e dello stame per farlo filare al filatoio o alla rocca, e ritiravano il lavoro gi compiuto.
L'orditura e la tessitura si svolgevano anch'esse al di fuori dell'azienda, presso il domicilio dei tessitori, i quali, da liberi artigiani quali erano stati nei secoli precedenti, erano diventati nel Trecento operai salariati o quasi. La loro condizione dipendeva dal possesso del telaio. Se, infatti, questo apparteneva al mercante-imprenditore, il tessitore era un vero e proprio salariato, anche se lavorava al proprio domiclio. Se invece il telaio era di sua propriet, la sua posizione era migliore, ma a volte solo in misura marginale, dato che era pur sempre alla merc del lanaiolo che gli forniva il lavoro e ne stabiliva il prezzo; tanto pi che spesso era costretto a indebitarsi con lui per superare le frequenti crisi del settore.
Proprietari dei loro strumenti di lavoro erano generalmente i tintori, i quali, in quanto titolari delle loro botteghe, erano pi artigiani che salariati; anch'essi erano per sottomessi all'Arte della lana ed erano in una condizione di assoluta dipendenza dai lanaioli, dai quali soltanto potevano ricevere il lavoro.
Tra tutti i lavoratori coinvolti nella produzione di panni di lana, quelli che si trovavano in condizioni migliori erano i cimatori, i quali provvedevano nelle loro botteghe alla rifinitura del prodotto e non avevano l'obbligo di lavorare esclusivamente per l'Arte della lana, potendo operare anche per conto di mercanti che compravano all'ingrosso dai lanaioli panni non rifiniti. Non mancano per esempi di aziende di mercanti-imprenditori che provvedevano direttamente alla rifinitura dei panni, avendo sottomesso come salariati anche i cimatori. Nel complesso i salariati si dividevano in due categorie: quelli che lavoravano stabilmente presso le aziende e che in genere avevano un salario pi basso, ma in compenso la sicurezza e la continuit del lavoro; e i giornalieri che passavano da una bottega all'altra a seconda delle necessit e che in genere avevano salari pi alti, ma non la sicurezza del lavoro. Questi ultimi divennero pi numerosi dopo le epidemie di peste, dato che la scarsit di manodopera dava loro la possibilit di spuntare salari pi alti; i lanaioli, per, non mancarono di prendere le loro contromisure, riducendo la produzione e legando i compensi non pi all'orario di lavoro, ma alla quantit del prodotto trasformato.
A rendere inquieti questi lavoratori, contribuiva innanzitutto - a voler usare un linguaggio moderno - la mancanza assoluta di ogni forma di tutela sindacale, non essendo loro consentito di organizzarsi in associazioni di mestiere, cos come avveniva invece per i loro datori di lavoro, riuniti nelle Arti (o Corporazioni), al cui tribunale, per giunta, i salariati erano soggetti nelle controversie di lavoro. I membri delle Arti erano, perci, anche giudici dei loro dipendenti, oltre che, in quanto esponenti del ceto dominante, partecipi delle scelte politiche che avevano un riflesso immediato sul mondo del lavoro.
Lo si vide bene a Firenze nel 1345, quando lo scardassiere Ciuto Brandini, per aver tentato di dar vita ad una fratellanza di scardassieri, pettinatori e altri lavoratori salariati dell'Arte della lana, fu condannato a morte nonostante lo sciopero di protesta - uno dei primi della storia - indetto dai suoi compagni di lavoro appena si sparse la notizia del suo arresto.
La nuova organizzazione industriale, inoltre, era finalizzata alla produzione di grossi quantitativi di panni, destinati in gran parte all'esportazione. La sola Arte della lana produsse intorno al secondo decennio del Trecento pi di centomila pezze di panno grezzo, per un valore di seicentomila fiorini d'oro. L'attivit produttiva era legata quindi all'andamento del mercato ed esposta a tutti i contraccolpi delle congiunture sfavorevoli, con conseguenze drammatiche per migliaia di lavoratori, ai quali i livelli dei salari non consentivano una capacit di risparmio che permettesse loro di superare periodi sia pur brevi di disoccupazione.
Si comprende allora come le crisi di sovrapproduzione, alle quali and incontro l'industria tessile nel corso del Trecento in seguito al calo della popolazione, contribuissero a creare condizioni sempre pi frequenti di tensione e di scontro. La prima citt nella quale scoppi una rivolta aperta fu Perugia, dove il 15 maggio del 1371 le case dei mercanti-imprenditori vennero incendiate. Il risultato della sollevazione popolare fu, tuttavia, soltanto la presa del potere da parte dei nobili, non essendo i rivoltosi in grado di assumere direttamente il governo della citt e neanche di modificare la loro condizione di sottoposti all'Arte della lana.
 quel che tentarono un paio di mesi dopo i rivoltosi di Siena, che riuscirono, infatti, a impadronirsi del potere; ma, incapaci di gestirlo e di mantenere in vita l'alleanza con gli artigiani, i quali all'inizio si erano uniti ai lavoratori salariati, furono poi colpiti dalla sanguinosa reazione dei mercanti-imprenditori in collegamento con alcune famiglie della nobilt. La sommossa del Bruco, come  tradizionalmente indicata la rivolta senese del 1371, non fu comunque del tutto priva di risultati per i lavoratori salariati, dato che il governo cittadino adott alcuni provvedimenti volti a limitare l'arbitrio dei padroni.
La pi nota delle rivolte urbane del Trecento scoppi, tuttavia, a Firenze ai primi di luglio del 1378 ad opera dei Ciompi, gli operai dell'industria tessile cos chiamati dai loro padroni e nemici in senso dispregiativo, perch sempre unti, imbrattati e malvestiti in conseguenza del lavoro che svolgevano. La novit del tumulto consistette nel fatto che i rivoltosi non si limitarono a chiedere aumenti salariali e concessioni di portata limitata, ma si proposero di modificare in maniera definitiva le loro condizioni di vita e i rapporti di potere all'interno della citt. Chiesero perci la creazione di un'arte di operai tessili che li tutelasse dalle pretese dei padroni e la loro partecipazione al governo cittadino, alleandosi con le arti minori, le quali, pur partecipando ufficialmente al governo, erano discriminate nell'attribuzione delle cariche pubbliche a tutto vantaggio degli esponenti delle arti maggiori. La strategia dei rivoltosi, facilitata anche dal diffuso malcontento per il peggioramento della situazione economico-finanziaria del Comune provocata da una guerra con la Santa Sede (la guerra degli Otto Santi, 1375-78), diede all'inizio i frutti sperati. Si ottenne perci sia la creazione di tre nuove arti (tra cui quella dei Ciompi) sia la presenza paritetica di tutte le arti all'interno del Priorato, la massima magistratura cittadina.
Con questi provvedimenti, per, i contrasti fra i datori di lavoro e i lavoratori salariati non erano sanati, ma solo trasferiti all'interno della struttura del governo. I rivoltosi, infatti, avanzarono richieste di natura essenzialmente politica, quali l'abolizione delle gabelle sui cereali e l'abbassamento dei prezzi dei generi di prima necessit, cercando anche di limitare la libert di iniziativa dei mercanti-imprenditori attraverso l'elaborazione di una sorta di programmazione economica, volta a garantire investimenti certi nel settore laniero e una produzione annua di almeno 24.000 pezze. I datori di lavoro ricorsero allora, prima, alla serrata, chiudendo cio le loro botteghe, e poi alla riduzione della produzione, facendo sparire la materia prima. A quel punto si ruppe l'alleanza dei Ciompi con le arti minori, interessate alla ripresa delle attivit produttive, e i rivoltosi rimasero soli a fronteggiare la violenta reazione dei datori di lavoro e del Comune. La loro corporazione, dopo appena sei settimane da che era stata istituita, fu soppressa, e pi di trecento furono le condanne inflitte, di cui almeno una trentina alla pena capitale.


20.5
Depressione economica o riconversione?

La richiesta da parte dei Ciompi di maggiori investimenti cadeva proprio in un momento di crisi generalizzata dell'industria tessile, anche se essa non aveva dovunque e in tutti i settori la stessa gravit; anzi accadeva che alle difficolt di un settore produttivo corrispondesse lo sviluppo di un altro. Cos, ad esempio, la produzione di panni di lana di qualit era in declino verso la fine del Trecento a Firenze e nelle citt fiamminghe di Ypres, Gand e Bruges, ma contemporaneamente era in forte crescita la produzione di tessuti meno costosi in tanti altri centri minori delle Fiandre, della Linguadoca, della Catalogna, della Lombardia e della Toscana. Allo stesso modo, nell'arco del secolo compreso tra la met del Trecento e la met del Quattrocento, si dimezz la media annua delle esportazioni di lana inglese (la migliore del tempo), che alimentava l'attivit degli opifici fiamminghi e toscani, ma aumentarono in Inghilterra la produzione e l'esportazione di tessuti fini di lana. Nella stessa Firenze, alla crisi della manifattura laniera corrispose l'incremento dell'industria serica. Questa richiedeva manodopera meno numerosa ma pi qualificata, e da Lucca si stava diffondendo tra Quattordicesimo e Quindicesimo secolo in molte citt dell'Italia centro-settentrionale, oltre che in Francia. Per cogliere le dimensioni del fenomeno,  sufficiente ricordare che l'arte fiorentina di Por Santa Maria quintuplic la sua produzione negli anni 1430-1445. Inoltre i secoli finali del Medioevo videro un forte incremento delle industrie metallurgiche - soprattutto in Lombardia e a Milano in particolare - sotto lo stimolo delle continue guerre e del perfezionamento delle tecniche militari nonch della cantieristica, chiamata a soddisfare la domanda di navi di dimensioni sempre pi grandi in seguito alla crescente commercializzazione di merci pesanti. Quanto poi ai livelli di vita dei salariati, essi non erano bassi in tutti i settori, dato che le crisi di sovrapproduzione interessarono soprattutto l'industria tessile, mentre altrove la riduzione di manodopera provocata dal calo demografico cre le condizioni per un aumento dei salari, come avvenne a Firenze nell'ambito dell'edilizia a partire gi dagli anni 1351-1360: salari che poi si mantennero sostanzialmente allo stesso livello per gran parte del Quattrocento.
Anche il declino di certe piazze mercantili fu compensato dall'ascesa di altre, anzi ne fu il presupposto.  questo, ad esempio, il caso di Venezia, che acquist il dominio assoluto del commercio delle spezie in seguito al declino di Genova, Barcellona e Marsiglia.
Al declino di Barcellona sono da collegare anche le fortune finanziarie e commerciali di Valenza nel Quattrocento. Ginevra subentr alle fiere di Champagne come punto di incontro delle correnti di traffico provenienti dai paesi mediterranei con quelle della Francia e dei Paesi Bassi. Lo stesso fece Anversa ai danni di Bruges nella funzione di principale centro del commercio internazionale sulle coste del mare del Nord, mentre i mercanti olandesi ridussero progressivamente il ruolo delle citt anseatiche tedesche, le quali tuttavia erano in piena fioritura ancora nei primi decenni del Quattrocento.
Lo stesso declino demografico, che pure caratterizz l'Europa nel suo complesso, non si manifest dovunque con uguale intensit e con i medesimi effetti, provocando anzi in non pochi casi sconvolgimenti pi o meno forti nella gerarchia dei centri abitati, dato che alcune citt, per motivi diversi, si ritrovarono ad acquistare un maggiore peso rispetto al passato.  questo, per limitarci all'Italia, il caso di Torino, Mantova, Vicenza, Udine, Trieste, Ferrara e Forl al nord; di Pesaro, Roma e Amatrice al centro; di Lanciano, L'Aquila, Sulmona, Napoli, Aversa, Capua, Sessa Aurunca e Teano al sud di Catania, Siracusa, Piazza Armerina, Noto, Sciacca e Lentini in Sicilia, e di Sassari in Sardegna. Un caso limite di ridistribuzione della popolazione  rappresentato dalla Sicilia, dove vi fu un notevole calo demografico nella zona occidentale, ma una crescita nella parte orientale e soprattutto nelle zone interne, nelle quali si formarono grossi centri a carattere rurale, definiti da qualche studioso "agrocitt".
Particolare prudenza richiede anche l'interpretazione di un fenomeno che generalmente  considerato spia inequivocabile di depressione economica, ma che, analizzato con maggiore attenzione, si rivela molto pi complesso, vale a dire l'abbandono del commercio da parte di non pochi mercanti che si trasformarono in proprietari fondiari o ufficiali pubblici. Il ritiro dal mondo degli affari  un fatto indubbio, ma esso avveniva sia in periodi di contrazione economica sia in tempi favorevoli. Inoltre, come ha osservato Fernand Braudel, la destinazione del capitale mercantile alla terra o all'acquisto di cariche non significava la sua uscita dal circuito capitalistico. Esso vi rientrava, infatti, attraverso canali molteplici, tra cui gli investimenti che resero possibili quei processi di ricomposizione fondiaria e quei miglioramenti colturali, che sono all'origine dei progressi dell'agricoltura tardo-medievale. Un elemento tuttavia oper in maniera generalizzata sull'economia europea fra Tre e Quattrocento, frenandone la ripresa e rivelandosi, anche se i contemporanei non ne ebbero piena coscienza, un ostacolo a un indefinito progresso: la scarsit di moneta circolante. Questa era allora metallica e in quanto tale disponibile in quantit limitata, dato che le miniere europee non erano ricchissime. Inoltre lo sviluppo economico, facendo aumentare il lusso dei ceti abbienti e lo splendore degli edifici religiosi e laici, comportava la destinazione a usi non monetari di quantit non irrilevanti di metalli preziosi; non desta sorpresa, perci, che a met del Trecento molte zecche si trovassero in crescente difficolt nel reperire il materiale necessario per la loro attivit, fin a che nel 1400 questa non cess del tutto.
Le autorit in qualche maniera cercarono di reagire con provvedimenti volti a impedire l'esportazione di oro e argento e a rimettere in circolazione la moneta, imponendo l'uso del contante nelle transazioni commerciali e nel pagamento delle lettere di cambio.
Nello stesso tempo si ridussero anche i dazi di importazione sui metalli preziosi e il loro contenuto nelle monete, arrivando in Portogallo al punto da ridurlo a zero e mettendo in moto cos forti processi inflazionistici. Ma questi provvedimenti non potevano sanare una situazione che non era congiunturale ma strutturale e che sar risolta solo con l'arrivo in Europa dell'argento e dell'oro americano nel corso del Cinquecento. Cos nei momenti di crisi pi acuta i governi europei non trovarono di meglio che scaricare le tensioni interne sui mercanti italiani, accusati di provocare la penuria di moneta sia attraverso le loro sofisticate pratiche mercantili e bancarie sia perch, in qualit di agenti fiscali del papa, esportavano dai vari paesi della Cristianit le somme raccolte sul posto dai collettori delle decime papali e delle altre risorse finanziarie destinate alla curia romana. Che si trattasse di una crisi di liquidit non occasionale,  dimostrato dal fatto che non meno grave sar quella degli anni 1440-1460.




la crisi del trecento


Il dibattito
Storiografico

Il dibattito sulla crisi del Trecento  iniziato nell'Ottocento, anche se a opera di pensatori che miravano non a interpretare particolari episodi e fenomeni della storia del Medioevo, ma a elaborare modelli teorici che permettessero di capire l'evoluzione complessiva delle societ umane, e di quella europea in particolare. Il punto di partenza  rappresentato dal Saggio sul principio di popolazione, pubblicato nel 1798 dall'inglese Thomas Robert Malthus (1766-1834), il quale not che, mentre la crescita della popolazione avviene in progressione geometrica (1, 2, 4, 8, 16...), quella dei mezzi di sussistenza si muove in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4...); la conseguenza  che a un certo punto si crea una sfasatura tra risorse e bocche da sfamare, che blocca l'ulteriore aumento della popolazione e fa scattare dei "freni repressivi, come carestie, epidemie, guerre, le quali, provocando un'alta mortalit, ristabiliscono un equilibrio con le risorse alimentari disponibili".
Questa teoria, alla quale ancora oggi si ispirano non pochi storici, detti appunto "neomalthusiani", fu contestata da Karl Marx (1818-1883), il quale nella sua opera principale, Il Capitale (il primo libro apparve nel 1867; il secondo e il terzo, rimasti incompiuti, furono pubblicati tra il 1885 e il 1894 a cura di F. Engels), elabor una teoria per spiegare il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, come premessa per capire il problema della transizione dal capitalismo al socialismo, che costituiva il nucleo centrale del suo pensiero storico-filosofico-economico. Marx capovolgeva l'impostazione di Malthus, negando che i fattori demografici potessero essere determinanti nello sviluppo storico, considerandoli piuttosto come riflesso delle strutture sociali. Il punto di partenza della sua riflessione  rappresentato dalla convinzione che nel corso della storia si sono succeduti quattro modi fondamentali di produzione dei beni economici (asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico-borghese), ai quali corrispondono altrettanti tipi di rapporti tra le classi sociali. Il passaggio da un modo di produzione all'altro avviene attraverso i conflitti sociali che si generano al loro interno, determinandone il crollo. In questa prospettiva la crisi del Tre-Quattrocento si configura come l'inizio della crisi, lenta, plurisecolare, del modo di produzione feudale, al quale sarebbe subentrato il sistema di produzione capitalistico.
Ma che cosa intendeva Marx per modo di produzione feudale? Egli definiva cos quello che oggi gli storici chiamano abitualmente il "regime signorile", vale a dire quell'organizzazione delle campagne (largamente diffusa, ma certamente non generalizzata), che consentiva al proprietario-signore non solo di appropriarsi, attraverso canoni in natura o in denaro e prestazioni di lavoro gratuite (corves), del pluslavoro del contadino dipendente, vale a dire della parte della sua produzione eccedente il fabbisogno della famiglia, ma anche di gestire alcune attivit in regime di monopolio, imponendo, ad esempio, l'uso del suo mulino o del suo frantoio (questi monopol, come si ricorder, li abbiamo chiamati "bannalit").
Si tratta di un tipo di organizzazione che non incentivava n la laboriosit del contadino n lo spirito di iniziativa del signore e che, con la ripresa demografica ed economico-sociale dei secoli dopo il Mille, rivel tutte le sue contraddizioni, provocando rivolte e tensioni sia nelle citt sa nelle campagne: rivolte e tensioni che alla lunga avrebbero generato la crisi del sistema feudale.
Ma alla lunga di quanto? E qui viene fuori subito il punto debole di questo modello interpretativo. Come Marx stesso ammetteva, n le rivolte del Tre-Quattrocento n lo sviluppo dei commerci avevano determinato la scomparsa del modo di produzione feudale, ma ne avevano solo avviato una fase di declino destinata a durare almeno tre-quattro secoli: secoli che sono sembrati troppi agli storici marxisti del secondo Novecento, i quali hanno considerato questo lungo periodo di transizione come un'epoca a s stante (intermedia, cio, tra quella feudale e quella capitalistica), cercando di definirne i caratteri. Il dibattito, ancora oggi aperto, inizi nel 1952 sulla rivista americana "Science and Society" con una recensione di P.M. Sweezy al libro dello storico inglese M. Dobb, Studies in the development of capitalism (Cambridge 1956; trad. it. Problemi di storia del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1971): recensione nella quale l'economista americano individuava nei secoli XIV-XVI e nelle crisi che allora sconvolsero l'Occidente europeo, e l'Inghilterra in particolare, una fase storica con caratteristiche ben precise, che egli defin "di tipo mercantile pre-capitalistico". Dobb replic che non era possibile considerare i secoli XIV-XVI come un'epoca a s stante, dato che i mercanti si erano inseriti pienamente nella societ feudale, senza sconvolgere affatto i meccanismi che ne regolavano il funzionamento: il dibattito, al quale parteciparono anche altri storici,  stato pubblicato da G. Bolaffi con il titolo La transizione dal feudalesimo al capitalismo, Roma, Savelli, 1973.
La questione  stata riaperta nel 1976 dallo storico inglese Robert Brenner con un articolo sulla rivista "Past and Present", che ha suscitato vari interventi, successivamente raccolti in volume (Il dibattito Brenner. Agricoltura e sviluppo economico nell'Europa preindustriale, a cura di T.H. Asthon e C.H.E. Philpin, Torino, Einaudi, 1989). Nella discussione si  poi inserito Paolo Cammarosano (L'economia italiana nell'et dei Comuni e il "modo feudale di produzione": una discussione, in "Societ e storia", 5, 1979, pp. 495-520), il quale ha negato, in riferimento all'Italia comunale, la possibilit di definire soltanto in base a parametri economici il concetto di "modo feudale di produzione", cos come si fa per l'et moderna con quello di "modo di produzione capitalistico", dato che nel Medioevo ci fu "una dialettica tra forme economiche e forme di dominio politico ed istituzionale" diversa da quella che si ha in et moderna.
Intanto le teorie di Malthus e di Marx avevano avuto il merito di stimolare tutta una serie di ricerche su ambiti territoriali e cronologici, e su settori economici pi circoscritti, che hanno consentito di capire meglio la natura e la durata della crisi del Tre-Quattrocento. Non essendo possibile scendere nei dettagli, basta individuare le principali scuole di pensiero.
Partiamo da quella oggi maggioritaria, rappresentata dagli storici "depressionisti", i quali ritengono che il calo demografico sia iniziato gi prima della peste del 1348 e che esso, provocando una forte riduzione della produzione e dei traffici commerciali, abbia generato una depressione di lunga durata (circa un secolo e mezzo). Il primo a usare il concetto di depressione economica per i secoli finali del Medioevo  stato lo storico tedesco Wilhelm Abel in un'opera del 1935, nella quale viene delineato un modello di evoluzione dell'agricoltura precapitalistica in Europa centro-settentrionale attraverso la successione di fasi secolari di espansione e di depressione. L'originalit del libro, caratterizzato da un forte impianto teorico,  stata colta solo nel dopoguerra, ma questo non imped all'autore di approfondirne ulteriormente il contenuto, per poi ripubblicarlo nel 1966 (l'edizione italiana con il titolo Congiuntura agraria e crisi agrarie, Torino, Einaudi,  del 1976).
Sempre nel 1966 apparve in italiano l'opera di Roberto Sabatino Lopez, La nascita dell'Europa. Secoli V-XIV (Torino, Einaudi), di cui abbiamo gi parlato nel cap. 1 e che, come si ricorder, suscit un vivace dibattito. In esso si inser anche Ruggiero Romano, il quale nel suo libro Tra due crisi: l'Italia del Rinascimento (Torino, Einaudi, 1971) tracci un quadro particolarmente negativo dell'Italia, che sarebbe entrata nel Trecento in una "lunga depressione", destinata a protrarsi fino al Settecento.
Agli storici "depressionisti" si oppongono gli "ottimisti", i quali ritengono che il calo demografico, consentendo un migliore equilibrio tra popolazione e risorse, determin un miglioramento del tenore di vita dei sopravvissuti non solo in citt, ma anche nelle campagne, dove i contadini potettero strappare ai loro signori contratti agrari pi favorevoli, talch lo storico inglese Michael M. Postan (1898-1982) ha potuto parlare addirittura di una "et d'oro dei contadini" (del Postan si veda il volume Economia e societ nell'Inghilterra medievale. Dal Dodicesimo al Sedicesimo secolo, Torino, Einaudi, 1978). Senza contare, poi, che la crisi produttiva e dei commerci non fu generalizzata, dato che alle difficolt di alcuni settori e centri commerciali si accompagn la nascita o la crescita di altri. Il maggiore esponente di questa corrente di pensiero  Carlo Maria Cipolla, autore di vari libri dedicati alla storia della moneta, della tecnica, delle malattie e dei sistemi sanitari. In relazione al problema che qui ci interessa  da vedere il saggio Economic depression of the Renaissance?, in "Economie History Review", 16 (1964), pp. 519-524.
Come si  visto, gli storici non sono concordi nel delimitare cronologicamente la crisi, dato che alcuni la considerano conclusa verso il 1450, mentre altri la prolungano per l'intero secolo XV. Tutti per concordano nel farla coincidere quanto meno con la fase iniziale di quel grande periodo di fioritura culturale che fu il Rinascimento. Come si concilia la depressione economica con la rinascita artistica e letteraria? Per lo storico americano Richard A. Goldthwaite la risposta non  difficile. La crisi demografica port a un miglioramento generale delle condizioni di vita dei sopravvissuti e alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, che, da un lato, si impegnarono in una gestione pi attenta e quindi pi redditizia delle loro attivit economiche o fecero investimenti in nuovi settori produttivi, dall'altro alimentarono una forte domanda di beni artistici.  quanto sostiene nei suoi libri La costruzione della Firenze rinascimentale. Una storia economica e sociale, Bologna, il Mulino, 1984; Ricchezza e domanda nel mercato dell'arte in Italia dal Trecento al Seicento. La cultura materiale e le origini del consumismo, Milano, Unicopli, 1995.
Quali conclusioni trarre da tutto questo dibattito? Innanzitutto  da precisare che il modello interpretativo marxiano resta ancora uno dei pi efficaci per capire i processi di trasformazione sociale, purch per lo si usi correttamente, come un semplice strumento di lavoro utile per lo studio di alcune rivolte del Trecento, come anche di non pochi episodi e momenti della vita dei Comuni, ma al quale bisogna aggiungere altri modelli interpretativi, capaci di farci cogliere le peculiarit della societ medievale.
Lo stesso discorso vale per le teorie malthusiane. Appare oggi arduo ammettere che il fattore "popolazione" sia una variabile indipendente dalle strutture sociali, ma  altrettanto difficile negare a esso un'incidenza notevole, e non solo sulle dinamiche dei prezzi e della produzione. Lo s vede dai lavori del gi citato Postan e dello storico francese Emmanuel Le Rov Ladurie, i quali hanno mostrato quali ripercussioni ebbero anche sul piano sociale e culturale le crisi demografiche dei secoli Quattordicesimo e Diciassettesimo e le fasi di stagnazione che ne seguirono.
Quanto poi alle tesi degli storici "depressionisti" e "ottimisti", c' del vero sia nelle prime sia nelle seconde, nel senso che l'Europa, nonostante i frequenti e gravi "incidenti di percorso" delle carestie, delle epidemie e delle guerre, continu nel suo complesso a progredire; ma esse hanno il difetto di estendere all'intera Europa considerazioni formulate sulla base di studi condotti per aree ben precise (soprattutto l'Inghilterra e la Francia) e di ignorare l'Italia: Italia che, per giunta, non era affatto una realt omogenea, dato che la situazione, ad esempio, del Friuli era ben diversa da quella della Toscana o della Lombardia, e quella del Veneto era altrettanto differente da quella del Lazio o della Calabria. L'impostazione pi convincente , perci, oggi quella dello storico inglese Stephan R. Epstein e dei cosiddetti "regionalisti", secondo i quali il differente sviluppo delle economie delle diverse regioni dell'Europa permise di superare in tempi pi o meno rapidi le conseguenze della crisi demografica ed economica del Trecento. Di Epstein, di cui si parler ancora nel cap. 22, si veda il volume Potere e mercati in Sicilia. Secoli XIII-XVI, Torino, Einaudi, 1996.


Bibliografia

Punto di partenza obbligato, anche per recuperare la bibliografia precedente, sono le trattazioni di carattere generale di R. Comba, Rivolte e ribellioni fra Tre e Quattrocento e di J. Day, Crisi e congiunture nei secoli XIV-XV (da cui sono tratti i grafici riportati alle pp. 372-386), in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. II, Torino, UTET, 1986, pp. 673-691 e 245-273; Italia 1350-1450: tra crisi, trasformazione e sviluppo, Pistoia, Centro italiano di studi di storia e d'arte, 1992; L. Palermo, Sviluppo economico e societ preindustriali. Cicli, strutture e congiunture in Europa dal Medioevo alla prima et moderna, Roma, Viella, 1997; R.C.
Mller, Epidemie, crisi, rivolte, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 557-584.
Per un quadro generale della demografia medievale si pu partire da G. Pinto, Il numero degli uomini, in La societ medievale, a cura di S. Collodo e G. Pinto, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 1-27.
Per l'Italia in particolare: H. Bresc, Un monde mditerranen. Economie et socit en Sicile. 1300-1450, Roma, cole franaise de Rome, 1986; D. Herlihy-Ch. Klapish-Zuber, I Toscani e le loro famiglie. Uno studio sul catasto fiorentino del 1427, Bologna, il Mulino, 1988; M. Ginatempo-L. Sandri, L'Italia delle citt. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento, Firenze, Le Lettere, 1990; F. Franceschi, Oltre il "Tumulto". I lavoratori fiorentini dell'Arte della Lana fra Tre e Quattrocento, Firenze, Olschki, 1993; G. Vitolo, Rivolte contadine e brigantaggio nel Mezzogiorno angioino, in "Annali dell'Istituto "Alcide Cervi"", 16 (1994), pp. 207-225; R.C. Mller, The venetian money market. Banks, panics and public debt, 1200-1500, Ottimisti, c' del vero Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1997.



Il consolidamento delle istituzioni
monarchiche in Europa



21.1
L'evoluzione del pensiero politico
e il conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII

L'ampliamento della base territoriale e il consolidamento interno degli organismi politici dell'Europa del Tre-Quattrocento, cui si  gi accennato nel capitolo precedente parlando delle milizie mercenarie, non fu un fenomeno rapido e omogeneo, bens un processo lungo e contrastato, che si svolse nei singoli ambiti territoriali con caratteri ed esiti particolari, anche se non  difficile cogliere alcuni elementi caratteristici, che  dato di ritrovare ovunque. Innanzitutto  da precisare che non ci troviamo di fronte a una semplice linea di tendenza, affiorata in maniera casuale dall'intrigo delle lotte politiche del tempo, ma a un fenomeno che aveva alla base anche un'esplicita elaborazione teorica. I pensatori politici del Due-Trecento si andavano, infatti, gi orientando verso il superamento dell'ideologia imperiale e il riconoscimento ai vari sovrani della pienezza dei poteri nell'ambito dei rispettivi regni. Il nuovo orientamento di pensiero, espresso efficacemente con la formula "rex in regno suo est imperatore", urtava per contro due ostacoli: da una parte, la resistenza del papato, che nella contestazione del ruolo dell'impero vedeva messa in discussione anche la sua funzione di regolatore supremo della vita politica della cristianit occidentale; dall'altra, la persistenza, anzi l'aggravarsi dei conflitti a ogni livello, che facevano sentire ad alcuni - e tra questi Dante Alighieri - la necessit di un'autorit superiore, capace di assicurare al mondo cristiano pace e giustizia.
Il problema del ruolo di impero e papato nella politica europea si venne chiarendo agli inizi del Trecento grazie anche al rapido succedersi di eventi, che suscitarono viva impressione nell'opinione pubblica del tempo, soprattutto in Italia, Francia e Germania.
Il primo ebbe come protagonisti il re di Francia Filippo Quarto il Bello (1285-1314) e il pontefice Bonifacio Ottavo (1294-1303), della nobile famiglia romana dei Caetani, il quale era asceso al trono pontificio in mezzo ad aspri contrasti di natura politica e religiosa. La sua elezione, infatti, era stata contestata sia dalle altre famiglie della nobilt romana, tra cui soprattutto i Colonna, sia da quei settori degli ordini mendicanti e del laicato pio, che reclamavano con sempre maggiore forza un rinnovamento della Chiesa all'insegna del ritorno ai valori evangelici della povert e della carit. Su questi fenomeni di contestazione religiosa avremo occasione di ritornare nel cap. 25. In questa sede va ricordato come un segnale di speranza per i fautori della riforma della Chiesa fosse stato rappresentato, nel 1294, dall'elezione sulla cattedra di Pietro, con il nome di Celestino V, dell'eremita molisano Pietro da Morrone, tratto dal suo eremo abruzzese di S. Spirito di Morrone per assicurare finalmente alla Chiesa un "papa angelico". Dopo soli pochi mesi, per, resosi conto dell'impossibilit di soddisfare le attese che aveva suscitato, prefer rinunciare alla carica, aprendo cos la strada al cardinale Caetani, che fu considerato non estraneo alla sua clamorosa decisione.
Il nuovo pontefice non si lasci intimidire dalle accuse e dai sospetti, e si mosse con determinazione contro i suoi oppositori, abbattendo le fortezze dei Colonna e gettando in carcere i pi noti esponenti dei francescani spirituali. Nel 1300 poi, a coronamento di una serie di iniziative volte a riaffermare il ruolo centrale del papato e della Chiesa come unica dispensatrice di salvezza, indisse l'anno santo o giubileo, concedendo un'indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero visitato le tombe degli apostoli in stato di grazia, vale a dire dopo essersi confessati e comunicati. L'iniziativa ebbe un enorme successo, richiamando a Roma folle di pellegrini da ogni parte della Cristianit occidentale, ma di l a qualche anno gli eventi avrebbero dimostrato che ormai il prestigio religioso non si associava pi necessariamente con la capacit di intervento sul piano politico.
Ai fini del nostro discorso  molto istruttivo il confronto tra i risultati che gli interventi di Bonifacio Ottavo ebbero in due realt politiche molto diverse tra di loro: il Comune di Firenze e il Regno di Francia. Nel primo il pontefice si inser con successo, per aiutare la fazione dei Neri, che comprendeva le famiglie dei grandi operatori economici legati al papato ed era capeggiata dai Donati, a prevalere su quella dei Bianchi, che voleva invece una politica di maggiore indipendenza da Roma e faceva capo alla famiglia dei Cerchi. Vittima illustre della politica papale fu Dante, condannato all'esilio una volta che i Neri si furono impadroniti nel 1301 del potere con l'aiuto di Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, inviato in citt dal pontefice in qualit di paciere.
Diversamente andarono le cose con il re francese. Da tempo Filippo si era impegnato in una coraggiosa opera di consolidamento dello Stato, che aveva coinvolto finanche il clero, al quale nel 1296 erano stati imposti dei tributi senza l'autorizzazione della Santa Sede. Il conflitto che ne era derivato era stato risolto con un compromesso, essendo stato concesso al re il diritto di tassare il clero, in caso di grave necessit, senza il consenso di Roma. E l'invio a Firenze di Carlo di Valois su richiesta del pontefice sembrava appunto aver sancito definitivamente l'accordo tra i due; ma di l a poco il conflitto riesplose pi aspro che mai, in seguito all'imprigionamento da parte di Filippo del vescovo Bernardo Saisset, assai legato al papa. Questi, prima, annull la concessione fatta in precedenza al re di Francia e poi, di fronte alla determinazione dell'energico sovrano, che aveva riunito per la prima volta a Parigi gli Stati generali, vale a dire i rappresentanti del clero, della nobilt e della borghesia cittadina per far approvare la sua politica di indipendenza da Roma, eman nel 1302 la bolla Unam Sanctam. Con essa riaffermava in maniera solenne la sottomissione al sovrano pontefice di ogni creatura umana, e quindi anche di ogni autorit politica: infatti le due spade (o chiavi) - simbolo dei due poteri, spirituale e temporale, creati da Dio per il governo della comunit cristiana - erano da considerare entrambe appannaggio della Chiesa, la quale, se ne aveva affidata una ai laici, non per questo aveva rinunciato a esercitare sul potere politico la sua superiore autorit.
Il pontefice, che portava cos alle estreme conseguenze gli ideali teocratici di Gregorio Settimo e di Innocenzo III, era confortato nell'elaborazione del suo pensiero da una fitta schiera di teologi e canonisti. Filippo il Bello, a sua volta, si era circondato di collaboratori dotati di buona preparazione giuridica, tra cui Guglielmo di Nogaret, ed era ben consapevole che l'affermazione del potere regio si giocava anche sul piano dei principi. Cos, dopo una violenta campagna scandalistica contro il pontefice, accusato perfino di essere un materialista ateo, Filippo concep, su consiglio del Nogaret, l'ardito disegno di tradurlo davanti a un tribunale francese, per sottoporlo a giudizio. Della missione si incaric lo stesso Nogaret, che, alla testa di un manipolo di uomini, nell'autunno del 1303 raggiunse il papa nel suo palazzo di Anagni, coprendolo di insulti prima di accingersi a trascinarlo via. A quel punto per la popolazione insorse e, con l'aiuto di rinforzi giunti da Roma, riusc a liberarlo, costringendo i Francesi a battere in ritirata.
La condanna dell'azione sacrilega fu generale, ma senza nessuna conseguenza per Filippo il Bello, che anzi, essendo morto Bonifacio Ottavo pochi giorni dopo l'affronto subito ad Anagni, si trov addirittura in condizione di esercitare un diretto controllo sul papato in seguito al trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone. Era successo infatti che, dopo il breve pontificato di Benedetto Undicesimo (1303-1304), il quale aveva scomunicato sia Nogaret sia Sciarra Colonna, era diventato papa con il nome di Clemente Quinto (1305-1314) l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got. Questi, temendo un'accoglienza ostile da parte dei Romani, prefer stabilirsi ad Avignone, dove la corte pontificia si insedi nel 1309 e dove rester fino al 1376.


21.2
L'idea di sovranit da Dante a Marsilio da Padova

Gli anni di regno di Filippo il Bello coincisero con eventi non meno importanti per la storia della Germania. Qui dopo la scomparsa, nel 1250, di Federico Secondo, il quale aveva concentrato la sua attenzione soprattutto sull'Italia, il particolarismo politico si era ulteriormente accentuato a causa delle spinte autonomistiche delle citt e del rafforzamento dei principati laici ed ecclesiastici, per cui sia il titolo di re di Germania sia quello imperiale, al primo abitualmente collegato, si erano del tutto svuotati di contenuto.
Nel 1308 divenne re di Germania il conte di Lussemburgo Enrico Settimo (1308-1313), il quale tent di restaurare l'autorit regia, unendo di nuovo ad essa la dignit imperiale, per cui nell'autunno del 1310 giunse in Italia per cingere la corona di imperatore, suscitando l'entusiasmo di chi, come Dante, vedeva in lui il restauratore della pace e della giustizia.
Il poeta fiorentino, in esilio fin dal 27 gennaio 1302, svolse in quell'occasione un'intensa attivit pubblicistica, scrivendo lettere e componendo il trattato De monarchia, in cui espose in maniera compiuta il suo pensiero politico. Egli vedeva alla guida della cristianit due supreme autorit tra loro eguali e indipendenti, il papa e l'imperatore che, come due Soli, avrebbero dovuto guidare gli uomini, rispettivamente, verso la salvezza eterna e la felicit terrena; l'imperatore avrebbe dovuto avere verso il pontefice solo un atteggiamento di filiale devozione, ma non di subordinazione.
L'ideale politico di Dante non era per al passo con i tempi. Intanto l'impresa di Enrico Settimo registr un totale fallimento, dato che egli, dopo aver cinto con difficolt la corona imperiale a Roma nel 1312, dovette ritirarsi a Buonconvento, presso Siena, dove mor l'anno dopo. I suoi immediati successori, inoltre, si orientarono verso un interpretazione del loro ruolo non pi coincidente con quella dell'Alighieri. Gi Ludovico il Bavaro (1314-1346), infatti, non si cur della scomunica inflittagli da Giovanni XXII, facendosi nel 1328 incoronare imperatore in Campidoglio da Sciarra Colonna, in qualit di rappresentante del popolo romano, che si era dato un ordinamento di tipo comunale dopo il trasferimento della corte pontificia ad Avignone. In questa maniera il Bavaro mostrava di voler far sue le teorie sulla sovranit popolare di Marsilio da Padova, maestro e poi rettore dell'Universit di Parigi, che aveva dovuto abbandonare la citt in seguito alle polemiche provocate dalla pubblicazione di un suo trattato di filosofia politica dal titolo Defensor pacis, rifugiandosi presso l'imperatore.
Il dotto padovano si rifaceva alla teoria aristotelica dell'istinto naturale dell'uomo a vivere in societ, giungendo per questa via a dare un fondamento del tutto nuovo al potere politico, considerato si derivato da Dio, ma poggiarne sul consenso del popolo, che delega le sue prerogative al principe, affidandogli il compito di garantire la pace e la giustizia.
Allo stesso modo nella Chiesa la sovranit appartiene all'intera comunit dei fedeli (universitas fidelium), di cui  espressione autentica il concilio, che pertanto ha pi autorit del papa e della gerarchia. Il principe, in quanto difensore della pace, non solo non ha bisogno di alcuna legittimazione da parte dell'autorit religiosa, ma ha anche il dovere di occuparsi degli aspetti organizzativi della vita della Chiesa, convocando il concilio, intervenendo nella scelta del papa e usando i poteri coercitivi contro gli eretici e i peccatori. Queste ardite teorie non ebbero al momento la risonanza e gli sviluppi che avrebbero conosciuto nei secoli seguenti. Valsero nondimeno a dare legittimit all'azione politica di Ludovico il Bavaro e a creare il presupposto per la riforma dell'elezione imperiale, operata nel 1338 nella dieta di Rhens (presso Coblenza, in Renania) dai principi tedeschi, i quali dichiararono che la dignit imperiale era attribuita automaticamente a colui che fosse stato eletto re di Germania e incoronato ad Aquisgrana. Nel 1356, poi, il nuovo imperatore Carlo Quarto di Lussemburgo-Boemia (1346-1378), con la celebre Bolla d'oro, diede sanzione definitiva alla volont espressa dai principi tedeschi, precisando che il diritto di elezione spettava a sette grandi elettori, tre ecclesiastici (gli arcivescovi di Colonia, Magonza e Treviri) e quattro laici (il re di Boemia, il duca di Sassonia e i margravi del Palatinato e del Brandeburgo). In questa maniera l'impero rinunciava alle sue pretese di potere universale, configurandosi ormai sempre pi come uno Stato a carattere decisamente germanico: uno Stato, tuttavia, alquanto debole, data la sua perdurante difficolt ad attuare un'efficace opera di coordinamento degli organismi politici (principati, citt) esistenti al suo interno.


21.3
Il rafforzamento del potere monarchico in Inghilterra
e la guerra dei Cent'anni

Rafforzamento del potere monarchico e riorganizzazione dello Stato erano invece in atto in Inghilterra fin dal Duecento, e ci sebbene la Magna charta concessa nel 1215 da Giovanni Senzaterra avesse introdotto meccanismi di controllo sull'operato del sovrano, attraverso la creazione di un Consiglio comune del regno, competente in materia fiscale, di cui facevano parte la nobilt e il clero, e di una Curia baronale di 25 nobili, incaricata di vigilare sulla politica complessiva del re. Negli anni seguenti Enrico Terzo (1216-1272)1 cerc a pi riprese di svuotare di contenuto le concessioni operate dal suo predecessore, suscitando una rivolta dei baroni, ai quali si unirono la piccola nobilt e le maggiori citt del regno. Il risultato fu un rafforzamento delle conquiste sancite dalla Magna charta, dato che del Consiglio comune del regno furono chiamati a far parte anche due rappresentanti della piccola nobilt (gentry) per ogni contea e due borghesi per ogni citt direttamente dipendente dalla corona. Il Consiglio, che intanto aveva preso il nome di Parlamento e aveva cominciato a riunirsi sempre pi di frequente, nel 1340 si articol in una Camera dei pari, comprendente tutti i grandi nobili e gli alti ecclesiastici del regno, e in una Camera dei comuni (cio della "gente comune"), che accoglieva i rappresentanti della piccola nobilt, del basso clero e delle citt.
Il contemporaneo consolidamento delle istituzioni politiche in Francia e in Inghilterra e l'aspirazione di entrambi i regni a dare continuit e compattezza al proprio territorio si scontravano con la realt di una monarchia, quella inglese, il cui titolare, in quanto detentore di grandi feudi in Francia, si trovava a essere vassallo del re di Francia Quest'ultimo, a sua volta, si vedeva nell'impossibilit di esercitare i suoi diritti sovrani su terre appartenenti a un vassallo tanto potente. A ci si aggiungeva la concorrenza che le due monarchie si facevano nel controllo delle Fiandre, paese dipendente a titolo feudale dalla Francia, ma economicamente legato all'Inghilterra, da cui proveniva la lana per l'industria tessile cos fiorente nella regione. Un terzo terreno di scontro era rappresentato dalla Scozia, che i re inglesi ambivano a porre sotto il loro controllo, ma di cui al contrario i Francesi erano interessati a difendere l'autonomia, per evitare la crescita della potenza rivale, per cui non lesinavano i loro aiuti alle forze indipendentiste. Ne nacque una serie interminabile di conflitti tra i due regni, protrattisi, sia pur con lunghi intervalli, dal 1294 al 1475. Agli eventi bellici svoltisi tra il 1337 e il 1453 si suole dare, tuttavia, il nome di "guerra dei Cent'anni", da intendere in senso puramente convenzionale, dato che, come ha osservato con apparente paradosso A. Leguai, "la guerra dei Cent'anni ha avuto la peculiarit di essere stata senza inizio e senza fine".
L'inizio delle ostilit fu legato all'estinzione della dinastia francese dei Capetingi, in seguito alla morte senza eredi di Carlo IV, figlio di Filippo il Bello, nel febbraio del 1328.
A rivendicarne l'eredit furono Edoardo III, re d'Inghilterra, e Filippo di Valois, figli rispettivamente di una sorella e di un fratello di Filippo il Bello. Poich fin dal 1316 gli Stati generali avevano espresso l'orientamento ad escludere dalla successione al trono i discendenti in linea femminile, la scelta cadde su Filippo, che divenne re con il nome di Filippo Sesto (1328-1350), dando cos inizio alla dinastia dei Valois. Il candidato inglese per il momento rinunci a far valere i suoi diritti, ma nel 1337 sbarc in Fiandra, dove era in atto una rivolta antifrancese, e a Gand si proclam re di Francia, dirigendosi poi con il suo esercito verso Parigi.
La prima fase della guerra fu decisamente favorevole agli Inglesi, che con i loro arcieri decimarono a Crcy (1346) la cavalleria pesante francese, occupando poi Calais, sulla Manica. L'andamento negativo delle operazioni belliche, unito al diffondersi della peste nera, creava intanto sia nelle campagne sia a Parigi una situazione esplosiva a livello sociale, che gi abbiamo descritta nel capitolo precedente, mentre lo stesso Edoardo Terzo si trovava in difficolt dopo tanti anni di guerra. Si giunse cos nel 1360 alla pace di Bretigny, con la quale il sovrano inglese rinunciava ai suoi diritti sul trono di Francia, ma riceveva in cambio la piena sovranit (senza cio alcun vincolo di natura feudale) su un terzo del territorio francese.
Le ostilit ripresero nel 1369, ma non ci furono questa volta, per una precisa scelta tattica dei comandanti francesi, grandi battaglie in campo aperto, bens una serie interminabile di incursioni e scontri locali, volti a logorare l'esercito nemico, che, operando lontano dalle proprie basi, aveva ovviamente problemi di approvigionamento. La conseguenza fu che gli inglesi dovettero abbandonare la maggior parte dei territori acquistati con la pace di Bretigny.
Intanto, a partire all'incirca dal 1380, sia in Francia sia in Inghilterra il potere monarchico veniva scosso da crisi dinastiche e da violenti conflitti sociali, che portarono all'avvento sul trono inglese della nuova dinastia dei Lancaster e all'alleanza tra Enrico Quinto (1413-1422) e il duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura, contro il re di Francia, Carlo Sesto (1380-1422). Il sovrano inglese, sbarcato in Normandia, travolse nel 1415 l'esercito francese ad Azincourt, occupando gran parte della Francia nord-occidentale, mentre il duca di Borgogna si impadroniva di Parigi. Carlo VI, caduto in mano ai vincitori, dovette accettare il trattato di Troyes (1420), con il quale diseredava il figlio Carlo e trasferiva il diritto di successione allo stesso Enrico V, al quale dava in moglie la figlia Caterina.
Avvenne allora un fatto inatteso. Giovanna d'Arco, una pastorella della Champagne animata da forte spirito patriottico, rivel di aver avuto alcune visioni, attraverso le quali Dio stesso le avrebbe ordinato di salvare la Francia dagli invasori e di restituire il regno al suo legittimo sovrano. Si present perci al delfino Carlo nel marzo del 1429 e, vinte le sue esitazioni, si fece affidare la guida dell'esercito, dando inizio alla liberazione dei territori francesi. Man mano che si diffondeva la notizia dell'impresa della Pulcelle - come Giovanna fu chiamata con un soprannome derivato dal latino puella (= fanciulla) -, aumentava il numero di quelli che accorrevano a combattere sotto le sue insegne e tutta la Francia sembrava percorsa da un'ondata di entusiasmo patriottico. E i risultati non si fecero attendere: prima fu liberata dall'assedio Orlans e poi fu inflitta una grave disfatta all'esercito inglese a Patay sulla Loira, a seguito della quale il delfino Carlo pot raggiungere Reims e farsi incoronare re con il nome di Carlo VII. L'anno dopo per Giovanna fu fatta prigioniera dai Borgognoni e portata a Rouen, in territorio inglese, dove fu processata per eresia da un tribunale di ecclesiastici francesi e condannata al rogo (1431).
La scomparsa dell'eroina, che sar poi riabilitata nel 1456, non ferm per la riscossa dei Francesi, favorita anche dal distacco del nuovo duca di Borgogna, Filippo il Buono, dall'alleanza con gli Inglesi e dalla condizione di debolezza in cui questi si trovavano per la minore et del loro sovrano Enrico Sesto (1422-1471). Nel 1436 fu riconquistata Parigi e nel giro di pochi anni avvenne lo stesso con tutto il centro della Francia. Quando nel 1453 le operazioni militari sostanzialmente cessarono, protraendosi solo in piccoli scontri e razzie a livello locale, non restavano nelle mani degli Inglesi che la piazzaforte e il distretto di Calais, che avrebbero perduto pi di un secolo dopo, nel 1558.


21.4
I riflessi politici e sociali delle nuove tecniche militari

Il lungo conflitto che aveva opposto la Francia e l'Inghilterra ebbe conseguenze di grande importanza, e non solo per la storia dei due paesi. Sul piano della tecnica militare segn l'avvio di trasformazioni di cui, come sempre accade, i contemporanei non colsero subito la portata rivoluzionaria, ma che tali si rivelarono appieno nel giro di pochi decenni.
Fino ad allora, infatti, la cavalleria pesante, formata da elementi della feudalit, era considerata in battaglia arma offensiva risolutiva, per cui, allo scoppio della guerra, la Francia appariva pi forte dell'Inghilterra, potendo contare su una numerosa e assai addestrata cavalleria, di gran lunga superiore a quella che poteva mettere in campo il re d'Inghilterra.
Questi, tuttavia, disponeva di un'arma destinata a capovolgere in tutta la prima fase della guerra i rapporti di forza tra i due eserciti e che era espressione di un tessuto sociale diverso da quello francese. Si tratta dell'arco lungo, capace di lanciare a un ritmo velocissimo frecce dotate di una grande forza di penetrazione. Originario del Galles, si era diffuso nelle campagne inglesi tra Due e Trecento come arma distintiva di quei contadini liberi (yeomen, freeholders), vale a dire direttamente soggetti al re e non alla giurisdizione dei baroni, che erano in Inghilterra assai pi numerosi che in Francia. E ci era avvenuto con il favore della monarchia, la quale, in un'epoca in cui le classi dominanti guardavano con terrore ai contadini armati, vide nella possibilit di disporre di folti contingenti di arcieri un fattore di forza nei riguardi sia della nobilt feudale sia dei nemici esterni.
Gli arcieri inglesi furono cos i protagonisti delle battaglie di Crcy, Poitiers e Azincourt, dove i cavalieri francesi, continuamente investiti da nugoli di frecce, non riuscirono neanche a entrare in contatto con il nemico, finendo poi travolti dai cavalieri inglesi, tenutisi fino ad allora al riparo degli arcieri.
N era questa l'unica novit della prima fase della guerra dei Cent'anni. Non meno gravido di conseguenze per il futuro era, infatti, il rapporto di tipo nuovo che si veniva sperimentando in Inghilterra tra cavalieri e fanti, per cui i primi non disdegnavano di i scendere da cavallo, per rinforzare i ranghi della fanteria nel momento in cui essa doveva far fronte all'esercito nemico, rimontando poi in sella per piombare addosso agli assalitori, quando essi si ritiravano in disordine, perch incalzati dalle frecce degli arcieri. Anzi ad Azincourt accadde anche che i fanti si unissero ai cavalieri, rimontati in sella per sferrare l'attacco finale all'esercito francese.
Un'organizzazione militare di questo tipo, che metteva in crisi quella che era unanimemente considerata la migliore cavalleria del tempo, non era d'altra parte facilmente esportabile in un paese come la Francia, patria delle istituzioni feudali, dove si era fatto di tutto per indurre i contadini a pensare solo al lavoro della terra, lasciando esclusivamente ai nobili il compito di combattere e agli uomini di chiesa quello di pregare. Si tent nondimeno di rimontare lo svantaggio e di contrapporre alle compagnie di yeomen quelle dei franc archers, ma i risultati furono deludenti, non potendosi all'improvviso infondere spirito guerriero in popolazioni disabituate da secoli all'uso delle armi. Impari al loro compito si rivelarono anche i contingenti di balestrieri genovesi, che militavano nell'esercito francese e che pure erano considerati i pi abili con quel tipo di arma; e ci perch la balestra, pur essendo pi precisa dell'arco, aveva un tempo di caricamento troppo lungo, potendo nel frattempo un arciere lanciare da quattro a sei frecce.
Le conseguenze di tutto questo andarono molto al di l dell'ambito puramente militare, per investire l'assetto complessivo dei due Stati, con riflessi notevoli sul piano economico e sociale. Risult infatti ridimensionato, insieme al ruolo della cavalleria, quello della feudalit, e si rivel privo di fondamento il mito dell'inettitudine militare delle masse contadine.
Entrambe le monarchie, inoltre, si orientarono decisamente verso la costruzione di apparati militari stabili, destinando all'ingaggio di fanti, spesso stranieri, quote sempre pi rilevanti dei loro bilanci e fornendo nello stesso tempo alle popolazioni, che mostravano pi spiccate attitudini militari, nuove possibilit di impiego e di ascesa sociale.
Un impulso in tal senso venne anche dalla comparsa, sulla scena politica e militare dell'Europa del Trecento, della fanteria svizzera, la quale, organizzatasi per liberare i cantoni elvetici dal dominio degli Asburgo, raggiunse nel corso del secolo seguente un tale livello di efficienza, da dominare fino alla met del Cinquecento i campi di battaglia europei.
Basata su massicci quadrati di uomini armati di lunghe picche, contro i quali si infrangevano le cariche di cavalleria, la fanteria svizzera era espressione di un mondo di contadini e pastori che, consapevoli della loro inferiorit individuale rispetto ai cavalieri nobili, sopperirono ad essa con il numero, sviluppando quel fortissimo spirito di corpo, che consentiva a migliaia di fanti di formare un quadrato in grado non solo di sostenere la forza d'urto della cavalleria pesante, ma anche di muovere all'attacco. Questo modello, che suscitava l'entusiasmo del Machiavelli e di altri umanisti per le sue chiare analogie con la falange macedone e con la legione romana, rappresentava un progresso anche rispetto alla fanteria inglese, che pure aveva cos ben figurato nella guerra dei Cent'anni.
Questa, infatti, svolgeva un ruolo sostanzialmente difensivo, unendosi s ai cavalieri che andavano all'assalto, ma non sostituendosi ad essi; i quadrati svizzeri, invece, erano in grado di muovere all'attacco senza l'appoggio dei cavalieri, i quali erano in numero assai limitato e svolgevano soltanto compiti di ricognizione.

La disponibilit sul mercato di contingenti di fanti, che richiedevano per l'ingaggio spese notevolissime, nonch l'impiego, a partire proprio dalla battaglia di Crcy, dei primi tipi di artiglieria moderna da fuoco, anch'essa assai costosa, rendevano possibile solo alle monarchie il mantenimento di un esercito stabile. Ne conseguiva un loro deciso rafforzamento all'interno degli Stati e quindi una riduzione del peso politico dei grandi baroni, i quali non erano pi in grado di ribellarsi al potere del sovrano arroccandosi nei loro castelli, ormai impotenti a difenderli dai cannoni.
Le fortificazioni in verit non avevano perso affatto la loro funzione difensiva, ma avevano bisogno di essere ristrutturate in funzione dello sviluppo delle nuove tecniche militari. Si trattava di ridurre l'altezza delle mura e di renderle pi spesse, in maniera da offrire minore bersaglio e nello stesso tempo una maggiore resistenza ai colpi di cannone e alle gallerie scavate dagli assalitori, che si avvalevano ormai di abili ingegneri militari.
Ma sia la ristrutturazione di vecchie fortezze sia la costruzione di nuove, il cui impianto, del tutto diverso rispetto a quello medievale, era volto a eliminare gli angoli morti e a consentire di colpire dagli spalti gli assalitori da qualsiasi punto, richiedevano ancora una volta l'impiego di grandi risorse, di cui potevano disporre soltanto i sovrani. Il risultato fu che l'aristocrazia si vide costretta ad adattarsi alla nuova realt, rinunciando a porsi in concorrenza con la monarchia e anzi accettando di militare nell'esercito regio accanto ai fanti di origine contadina, per cui giustamente lo storico spagnolo J. Vicens Vives ha individuato negli eserciti stabili uno dei presupposti dello Stato moderno.


21.5
La restaurazione del potere monarchico in Francia e in Inghilterra

La Francia usciva esausta dalla guerra dei Cent'anni, ma in condizione di riprendersi rapidamente; e ci grazie soprattutto al forte sentimento nazionale che si era venuto formando nella popolazione nel corso del lungo conflitto con gli Inglesi. Facendo leva su di esso, Carlo Settimo pot intraprendere tutta una serie di riforme in campo amministrativo e finanziario, che gli consentirono di consolidare l'autorit regia. Un altro settore in cui oper cambiamenti fu quello militare, attraverso la creazione di compagnie stabili di cavalieri e di arcieri, dislocate in varie parti del regno, in modo da ridurre il ricorso alle milizie mercenarie, molto costose e poco affidabili. Su queste basi il figlio Luigi Undicesimo (1461-1483) pot intraprendere una politica antifeudale molto spregiudicata, che lo port a estendere la sua autorit su gran parte del territorio francese e a recuperare feudi sui quali la giurisdizione dei sovrani era da secoli puramente teorica.
Molto pi movimentata e incerta era invece la situazione politica dell'Inghilterra. A complicare il quadro di un paese dissanguato dal lungo conflitto e percorso da tensioni sociali e religiose, contribuiva la debolezza della monarchia a causa delle periodiche crisi nervose di Enrico VI, per giunta privo di eredi. Questo fece s che la grande aristocrazia, la cui potenza si era molto accresciuta durante la guerra, diventasse arbitra del potere, dividendosi per in due opposte fazioni e cercando di ipotecare la successione al trono.
La lunga e rovinosa guerra civile che ne scatur prese il nome di guerra delle due Rose (1455-1485), dal momento che i sostenitori della casa di York avevano come simbolo una rosa bianca e quelli della casa di Lancaster una rosa rossa.
Dopo circa venti anni di lotte sanguinose e di continui ribaltamenti dei rapporti di forza tra i contendenti, il successo sembr arridere ai primi, che riuscirono a portare sul trono Riccardo Quarto di York (1471-1483). Gli successe il figlio dodicenne Edoardo V, che per fu immediatamente soppresso dallo zio Riccardo di Gloucester, impadronitosi del trono. Una rivolta capeggiata da Enrico Tudor, conte di Richmond e discendente dei Lancaster per via materna, mise fine dopo soli due anni al suo regno e segn l'inizio, con Enrico VII, della dinastia dei Tudor (1485-1509).
Il nuovo sovrano, facendo leva sul generale bisogno di pace nonch sul sostegno della popolazione rurale e del ceto mercantile, che pi degli altri avevano sofferto per le distruzioni della guerra civile, pot intraprendere finalmente l'opera di restaurazione dell'autorit regia, sottraendosi quasi completamente al controllo del Parlamento, molto indebolito dai vuoti che le recenti lotte dinastiche avevano aperto nelle fila dell'alta nobilt. In questa sua azione un altro elemento di forza fu costituito dal sentimento nazionale, che anche in Inghilterra si era venuto formando nel vivo della guerra dei Cent'anni e che ora trovava nella monarchia dei Tudor il suo referente principale. Esso era oggettivamente favorito dall'insularit del paese, ma fu alimentato anche da un'efficace politica protezionistica, volta a favorire l'industria tessile locale e a colpire in generale i prodotti che venivano dall'estero, tra cui i vini francesi.


21.6
Le monarchie iberiche e l'ideologia politica catalano-aragonese

Non meno contrastato fu il processo di consolidamento delle istituzioni monarchiche nella penisola iberica, dove si erano formati nel corso del plurisecolare movimento di reconquista i tre regni di Portogallo, Castiglia e Aragona, tutti nel corso del Tre-Quattrocento sconvolti da violente crisi dinastiche e da gravi tensioni sociali.
Quello che le super per primo fu il Portogallo, grazie all'iniziatore della nuova dinastia dei d'Aviz, Giovanni Primo (1383-1433), il quale, appoggiandosi alla borghesia mercantile e imprenditoriale di Lisbona, avvi un deciso rafforzamento della monarchia. Nello stesso tempo diede in tutto il paese un forte impulso alle attivit marinare, per cui agricoltori e pastori si trasformarono in marinai e mercanti. In questa direzione si mossero anche i suoi successori, tra cui soprattutto Alfonso V, il quale, servendosi anche di navigatori italiani, tra i quali il veneziano Alvise Ca' da Mosto e il genovese Antoniotto Usodimare, promosse l'esplorazione sistematica delle coste occidentali dell'Africa, con l'obiettivo di circumnavigarla, per raggiungere direttamente l'oceano Indiano e controllare il commercio delle spezie. Alcune spedizioni furono guidate da membri stessi della famiglia reale, tra i quali il principe Enrico il Navigatore, sotto la cui guida i Portoghesi raggiunsero le Azzorre nel 1448 e, prima del 1460, il golfo di Guinea. Nel 1487 fu doppiata, con Bartolomeo Diaz, la punta meridionale del continente, che prender il nome di Capo di Buona Speranza e che costituir una nuova via oceanica verso l'Oriente. In politica estera si consolidava, intanto, l'alleanza con l'Inghilterra, alla quale il Portogallo sarebbe poi restato fedele per secoli.
In Castiglia, invece, si fece sentire con maggiore forza per tutto il Trecento il peso della nobilt, la quale si divise in fazioni contrapposte e si inser nelle contese dinastiche con tutto il potenziale bellico e l'aggressivit, che nel passato si erano scaricati contro i musulmani. La situazione miglior nel corso del Quattrocento sia sul piano economico sia su quello politico, perch le citt, riunitesi in "fratellanze" (hermandades), acquistarono una posizione preminente all'interno delle Cortes (equivalenti ai parlamenti inglesi), consentendo cos alla monarchia di farne un efficace contrappeso allo strapotere della nobilt.
Il Regno d'Aragona si presentava come una realt composita dal punto di vista economico-sociale e politico: l'Aragona, con la sua economia agricola e con una forte presenza della feudalit, guardava in direzione della Castiglia e della Francia meridionale, mentre la Catalogna e Barcellona erano interessate al commercio mediterraneo e quindi a un'espansione o verso le coste della Spagna meridionale o verso le isole del Mediterraneo. Rivelatasi impraticabile l'espansione verso la Castiglia e la Francia, si punt sulla direttrice mediterranea, arrivando ad acquisire il controllo, prima, delle Baleari e di Valencia, e poi, tra la fine del Duecento e gli inizi del Quattrocento, della Sicilia e della Sardegna.
Della Sicilia si  gi parlato in relazione alla guerra del Vespro e si torner a parlare nel prossimo capitolo, ma merita un approfondimento anche la conquista della Sardegna che si rivel per gli Aragonesi assai lunga e costosa a causa della resistenza sia dei Pisani che ne controllavano una parte, sia della popolazione sarda. La guerra di conquista inizi nel 1323 e sembr che si dovesse concludere presto, perch gi l'anno dopo si era arrivati a un accordo con Pisa, la quale, in cambio del pagamento di un censo e del riconoscimento della sovranit aragonese, mantenne, sia pur provvisoriamente, il possesso di Cagliari. Ma di l a poco la situazione si complic per l'intervento di Genova, che aveva il dominio della Corsica e che, preoccupata per l'estendersi del dominio aragonese nel Tirreno, intervenne sia con azioni di pirateria sia sostenendo la resistenza dei Sardi.

Questi sconfissero gli Aragonesi nel 1353, ma non riuscirono a modificare sostanzialmente il quadro politico complessivo, che vedeva gli Aragonesi ormai subentrati ai Pisani nel controllo dei tre quarti dell'isola.
Dei quattro giudicati, in cui la Sardegna era divisa prima delle conquiste pisana e aragonese - Arborea, Cagliari, Torres, Gallura - restava in vita solo quello di Arborea, con un territorio di circa 4.000 Kmq, nella parte centro-occidentale dell'isola, e con capitale Oristano. Questo piccolo "regno", considerato dalla tradizione storiografica isolana l'ultimo baluardo della libert sarda, prima si schier dalla parte degli Aragonesi contro i Pisani, ma poi ingaggi negli anni 1353-1409 una lunga lotta per cacciare i primi dall'isola.
Ne fu protagonista la giudicessa Eleonora (1383-1402 o 1404), considerata dalla storiografia romantica un'eroina nazionale, la quale giunse a controllare i nove decimi della Sardegna. Al suo nome  legata anche la Carta de Logu de Arborea, un codice di leggi promulgato nel 1392 e poi esteso dagli Aragonesi nel 1421 a tutta l'isola, ormai completamente in loro dominio.
Con la conquista delle Baleari, della Sicilia e della Sardegna si ebbe la nascita di un vero e proprio impero marittimo, con una sua civilt e una sua ideologia politica. Di essa due sono gli aspetti che qui ci interessano di pi. Innanzitutto il panismo, il concetto cio "del patto come regolatore dei rapporti tra l'autorit del monarca e la libert dei sudditi" (M. Del Treppo). Si tratta di un concetto di origine feudale, che anche in altri Stati europei del Due-Trecento port alla nascita di assemblee rappresentative (parlamenti inglesi, Stati generali francesi, cortes castigliane), ma che in Catalogna ebbe una elaborazione dottrinale e un'applicazione maggiori che altrove. Le cortes (corts in catalano), infatti, formatesi a Barcellona, Valenza e Saragozza nel corso del Tredicesimo secolo, si differenziarono da quelle castigliane nonch dai parlamenti inglesi e dagli Stati generali francesi per il pi efficace controllo che furono in grado di esercitare sul potere monarchico, essendosi dotate di un organo che sedeva in permanenza: la deputazione generale (Generalitat).
L'altro aspetto caratteristico della concezione politica catalana  il largo ricorso che si fece al sistema della delega dei poteri, per cui a vicer, governatori e luogotenenti furono delegate responsabilit di governo pi o meno ampie a seconda delle particolari condizioni delle regioni in cui si trovavano ad operare; il che consent anche la sopravvivenza dei costumi e delle leggi nazionali dei regni via via inglobati nella Corona d'Aragona.
Questo equilibrio tra autorit del sovrano e libert dei sudditi non valse tuttavia a evitare al tempo di Giovanni Secondo (1458-1479) una guerra civile di enormi proporzioni, che coinvolse negli anni 1461-1472 le campagne e le citt della Catalogna. Ma proprio quando l'impero catalano-aragonese sembrava sul punto di dissolversi, il sovrano riusc a creare le condizioni non solo per salvaguardarne l'unit, ma addirittura per porre su nuove basi la sua egemonia nel Mediterraneo, grazie al matrimonio del figlio Ferdinando con Isabella di Castiglia.


21.7
L'unione della Castiglia con l'Aragona
e la conquista di Granada

Il matrimonio tra Ferdinando e Isabella non port alla fusione dei due regni, che mantennero integralmente la loro individualit e le loro istituzioni, anche se i due sovrani regnarono insieme dopo il 1479. Pur non potendo fare granch per attenuare le differenze di carattere economico-sociale e linguistico, che rendevano molto diversi i loro paesi, i "re cattolici" - come furono chiamati dal papa Alessandro Sesto - tentarono nondimeno di attuarvi una stessa politica, dotandoli di un pi efficiente apparato burocratico e di truppe reali permanenti munite di artiglieria, in modo da rendersi militarmente meno dipendenti dai contingenti armati forniti dalle citt e dalla nobilt.
Nello stesso tempo si proposero di far nascere una coscienza nazionale spagnola, puntando soprattutto sul fattore religioso. Ne fecero le spese ancora una volta innanzitutto gli Ebrei, assai numerosi nelle citt costiere, che dovettero scegliere tra l'espulsione e la conversione. Venne poi la volta dei musulmani, che, come si ricorder, avevano ancora il controllo di una parte dell'Andalusia, governata dall'emiro di Granada, tributario del re di Castiglia. Per la conquista della citt, assediata nel 1491 e presa nel gennaio dell'anno dopo, ci fu una vera e propria crociata, per la quale si ebbe una mobilitazione generale, che coinvolse anche nobili provenienti da altre parti d'Europa, mentre la Chiesa assicur il suo sostegno finanziario.
All'inizio sembr che si volesse procedere nei confronti dei vinti secondo i metodi sperimentati al tempo della reconquista, lasciando cio loro la propriet dei propri beni e la possibilit di praticare la loro religione, sia pur relegati per lo pi in appositi quartieri.
Ben presto per si punt alla loro evangelizzazione, prima con moderazione e poi sempre pi ricorrendo alla forza, finch nei primissimi anni del Cinquecento anche ai musulmani non fu imposta la scelta tra la conversione e l'esilio. Molti preferirono partire, impoverendo soprattutto l'agricoltura delle regioni interne, dove gi dal Trecento era in atto una grande espansione dell'allevamento ovino. La condizione dei convertiti non miglior tuttavia di molto, dato che marrani e moriscos, rispettivamente Ebrei e musulmani sospettati di praticare segretamente il loro culto, ebbero a subire i rigori dell'Inquisizione e dell'intransigente arcivescovo di Toledo, Francesco Jimenez, consigliere della regina Isabella.
Ferdinando il Cattolico si impegnava anche a risollevare le condizioni della Catalogna, rimasta prostrata economicamente e moralmente per la lunga guerra civile. In particolare concentr la sua attenzione sul Regno di Napoli, mostrando di voler esercitare una sorta di protettorato sul cugino Ferrante, a tutela anche degli interessi degli operatori economici catalani. E questo prepar il terreno per il recupero di quel regno al dominio diretto della Corona d'Aragona nel 1501.

Intanto Isabella e Ferdinando si trovavano a svolgere un ruolo di primo piano in un evento destinato a dilatare enormemente le frontiere del mondo conosciuto e a rimodellare tutto il sistema dei rapporti internazionali: la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo, il quale dopo aver tentato invano di convincere il re Giovanni Secondo del Portogallo a finanziare il suo progetto di raggiungere le Indie orientali partendo dalle coste atlantiche dell'Europa e navigando verso occidente, il 17 aprile 1492 ottenne dai sovrani spagnoli, con la Capitolazione di Santa F, il titolo di ammiraglio, vicer e governatore delle terre eventualmente scoperte, mentre mercanti e banchieri genovesi e fiorentini anticipavano gran parte dei soldi necessari alla spedizione. Non  questa la sede per ripercorrere le vicende delle quattro spedizioni compiute da Colombo tra il 1492 e il 1502 (il navigatore genovese muore il 20 maggio 1506).  opportuno, invece, aggiungere che gi dopo la prima spedizione sorse l'esigenza di definire le aree di influenza di Spagna e Portogallo, per cui, dopo un primo tentativo compiuto nel 1493 dal papa Alessandro Sesto Borgia con la bolla Inter cetera, si giunse l'anno dopo al Trattato di Tordesillas, che prevedeva la divisione dell'oceano Atlantico, dal Polo Artico all'Antartico, mediante un meridiano posto a 370 leghe a occidente delle isole di Capo Verde: la parte alla sua destra, cio a oriente, era destinata alla colonizzazione portoghese (Africa, Asia, parte orientale del Brasile); quella alla sua sinistra, a occidente, all'espansione spagnola (parte centro-meridionale del Nuovo Mondo).


21.8
La confederazione svizzera

Il Trattato di Tordesillas avrebbe scatenato in breve tempo il malcontento delle altre grandi potenze europee e la conflittualit internazionale, nel mentre la coscienza europea era costretta a misurarsi con una realt completamente nuova; ma si tratta di sviluppi che vanno al di l del periodo di cui ci occupiamo in questo libro. Qui  da completare piuttosto il quadro delle formazioni politiche dell'Europa tardomedievale soffermandoci sulla Confederazione Svizzera, la quale rappresenta un'esperienza del tutto particolare, perch in essa il processo di ricomposizione politico-territoriale avvenne non ad opera di una monarchia o di un signore territoriale n partendo da una citt, ma per iniziativa di comunit di contadini liberi, sorte nelle regioni alpine dell'Uri, dello Schwyz e dell'Unterwalden.
Si trattava di una zona a prevalente economia pastorale e nell'insieme poco accessibile, ma che nel corso del Duecento aveva acquistato importanza economica e militare per il controllo dei valichi del Sempione e soprattutto del Gottardo, arterie importanti per gli scambi commerciali tra Italia e Centro Europa. Sul finire del Tredicesimo secolo era passata, insieme all'Austria, alla Stiria e alla Carinzia, sotto la sovranit degli Asburgo, impegnati a dare un ordinamento pi stabile ai territori appartenenti alla loro casata. E fu proprio per contrastare i loro progetti che le comunit locali diedero vita nel 1291 a una "lega perpetua", inserendosi in un gioco politico a pi vasto raggio, attraverso il collegamento con i nemici degli Asburgo. I cavalieri austriaci furono sconfitti nel 1315 a Morgarten, in una battaglia che dest stupore in Europa, ma che era destinata ad essere solo la prima di una lunga serie di successi militari dei montanari svizzeri.
Intanto ai tre cantoni, che avevano promosso la lega, si venivano aggiungendo altre comunit alpine e finanche citt, come Lucerna (1332), Zurigo (1351) e Berna (1353).
Nel 1370 la confederazione, che ora contava gi nove cantoni, si diede un principio di ordinamento unitario, cui segu nel 1393 un pi vincolante patto militare.
Nel corso del Quattrocento, mentre si diffondeva sempre di pi la fama delle fanterie svizzere, veniva intrapresa anche una politica espansionistica ai danni delle potenze vicine. Nel 1499, al tempo dell'imperatore Massimiliano I, la pace di Basilea sanc sostanzialmente l'autonomia della confederazione e il suo distacco dall'impero.


IL COSTO DELLA GUERRA DEI CENT'ANNI

Sulla guerra dei Cent'anni esiste un lungo dibattito, per il quale si potrebbe individuare, senza neanche molto impegno, l'inizio, ma certamente non la fine, essendo tali e tante le questioni di carattere politico, economico e sociale ad essa connesse, che la discussione, prevedibilmente, continuer all'infinito, almeno fino a quando ci sar qualcuno interessato a capire il processo storico che ha portato alla formazione del mondo in cui viviamo. Chi voglia averne un quadro completo pu partire dal saggio di N. Coulet, Francia e Inghilterra nella Guerra dei Cent'anni, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. II, Torino, UTET, 1986, pp. 623-650: saggio nel quale si affrontano vari problemi, a partire da quello della periodizzazione. Su qualcuno di essi ci siamo gi soffermati nel par. 4; qui ci occupiamo dell'impatto della guerra sull'economia dei due paesi e sulle fortune economiche delle famiglie che pi vi furono coinvolte: anch'esso, ovviamente, un problema sul quale la discussione, diventata via via pi serrata a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento,  ancora aperta.
Su un punto, tuttavia, gli storici sono concordi: la guerra, in seguito ai progressi delle tecniche militari, diventava sempre pi costosa, e non solo per l'introduzione e lo sviluppo dell'artiglieria e per le conseguenti opere di consolidamento delle fortificazioni, ma anche per l'ingaggio di contingenti mercenari e per il potenziamento delle armature sia dei cavalieri sia dei combattenti a piedi. Cos, in un saggio del 1964, Ph. Contamine (Le cot de la guerre de CentAns en Angleterre, in "Annales .S.C.") ha calcolato che nell'arco di cento anni, all'incirca tra 1350 e 1450, il costo delle loro armature triplic quasi. N si trattava di spese che gravavano sul bilancio della monarchia e solo indirettamente, attraverso l'aumento della pressione fiscale, su quello dei sudditi: le comunit locali, sia cittadine sia rurali, furono chiamate, infatti, a provvedere con mezzi propri alla loro difesa, alla quale si trovarono costrette a destinare la maggior parte dei bilanci comunali. E stato B. Chevalier nel suo libro del 1982 su Les bonnes villes de France du Quattordicesimo au Sedicesimo sieCLe (Paris, Aubier, 1982) a calcolare che nel 1359 le opere di difesa assorbirono il 72% del bilancio di Troyes, capitale della Champagne. A ci sono da aggiungere: il degrado urbano delle citt pi esposte, che, come ha mostrato J. Rossiaud, procedevano per ragioni di sicurezza a massicce demolizioni, svuotando degli abitanti interi quartieri; i continui intralci alle attivit commerciali; il rallentamento complessivo della vita di relazione.
Naturalmente l'impatto della guerra non fu lo stesso in tutto il territorio francese n l dove essa impervers pi a lungo mancarono periodi pi o meno lunghi di tregua, durante i quali, come  stato accertato per la Normandia, la vita ritorn alla normalit. Come pure  stato osservato che, a risentire delle distruzioni, non furono in parti uguali tutti i ceti sociali, ma in particolare la nobilt fondiaria, le cui propriet furono pi duramente colpite rispetto alle piccole aziende contadine, che furono in grado di riprendersi pi rapidamente; il che consent in non pochi casi l'emergere, una volta passata la tempesta, di un ceto medio contadino. Nel complesso, tuttavia, gli storici francesi sono convinti che la Francia usc stremata dalla guerra e, a detta del Leguai, "condannata a lunghi anni di stagnazione".
Pi controversa si presenta invece la situazione dell'Inghilterra, che non fu investita direttamente dalla guerra, ma che ugualmente ne ebbe a soffrire le conseguenze sul piano economico: in quale misura? Il problema fra il 1962 e il 1964 fu dibattuto sulla rivista "Past and Present" da K. B. McFarlane e M.M. Postan, che vi tornarono successivamente in altre sedi.
Il primo ritenne che la guerra tutto sommato fu un buon affare per l'Inghilterra nel suo complesso e per l'aristocrazia in particolare, che si arricch con i bottini, i riscatti pagati dai prigionieri, i redditi dei feudi conseguiti in territorio francese, immettendo poi queste entrate nel circuito economico e stimolando cos l'economia del paese. Un chiaro esempio di tutto questo McFarlane vide nella vicenda di un nobile di rango modesto, sir John Falstof, il quale miglior di molto la sua posizione grazie ai profitti di guerra, che invest soprattutto in terre e oggetti preziosi, affidandone solo una piccola parte a mercanti-banchieri. E in effetti non sembra che si sia trattato di un caso eccezionale, ma l'orientamento oggi prevalente tra gli storici appare pi influenzato dalle posizioni del Postan, il quale, sulla base di ampia documentazione, ridimension punto per punto le argomentazioni di McFarlane, dimostrando, da un lato, che riscatti, bottini e rendite di feudi furono di entit di gran lunga inferiore a quel che egli aveva creduto, dall'altro che l'agricoltura ebbe a soffrire molto per l'allontanamento dai campi di almeno il 10% dei maschi fra i 15 e 45 anni, tra combattenti, inservienti addetti al vettovagliamento delle truppe, marinai impegnati nel trasporto dei soldati, operai e artigiani mobilitati per la fabbricazione di armature e di quant'altro era necessario per l'equipaggiamento degli armati; e questo proprio in un periodo che fu per l'intera Europa di recessione demografica. Considerazioni, queste, che hanno indotto il Coulet, nel saggio richiamato all'inizio, a concludere che, sul piano economico, anche all'Inghilterra il lungo conflitto "cost caro, molto caro".
Nel testo si  fatto riferimento, nell'ordine, alle seguenti opere: J. Rossiaud, Crises et consolidations: 1330-1530, nel volume di A. Chdeville-J. Le Goff-J.Rossiaud, La ville en France au Moyen ge, Paris, Seuil, 19982; A. Leguai, La guerre de Cent Ans, Paris, Nathan, 1974; K.B. McFarlane, The Investment of Sir John Falstof's Profits of War, in "Transactions of the Royal Historical Society", 5a serie, 7 (1967). Di Ph. Contamine si vedano anche i volumi: La vie quotidienne pendant la guerre de Cent Ans. France et Angleterre. XIVe siede, Paris, Hachette, 1976; La guerra nel Medioevo, Bologna, il Mulino, 1986.


Bibliografia

Sulle istituzioni monarchiche in Europa: F. Autrand, Crisi e assestamento delle grandi monarchie quattrocentesche, in La storia, cit., vol. II, pp. 725-755; G. Castelnuovo-G.M. Varanini, Processi di costruzione statale in Europa, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 585-616. Alla bibliografia da loro indicata aggiungere: M. Del Treppo, I mercanti catalani e l'espansione della Corona d'Aragona, Napoli, Seminario di storia medievale e moderna dell'Universit di Napoli, 1972; J.P. Cuvillier, Storia della Germania medievale, a cura di F. Cardini, Firenze, Sansoni, 1985; J.F. Lemarignier, Feudalesimo e potere monarchico in Francia nel basso Medioevo, a cura di C. Violante, Roma, Jouvence, 1989; N. Coulet J.P. Genet, L'tat moderne: le droit, l'espace et les formes de l'tat, Paris, Ed. du Centre national de la recherche scientifique, 1990; B. Guene, L'Occidente nei secoli Quattordicesimo e XV. Gli stati, Milano, Mursia, 1992. Per la Sardegna: F.C. Casula, La storia di Sardegna, Sassari-Pisa, C. Delfino ETS, 1992.
Sul significato politico dell'indulgenza plenaria concessa da Bonifacio VIII: C. Frugoni, Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio Ottavo e il primo Anno Santo, Milano, Rizzoli, 2000.
Su Marsilio da Padova: C. Dolcini, Introduzione a Marsilio da Padova, Roma-Bari, Laterza, 1995.




Potere e societ nel Mezzogiorno
angioino-aragonese

22.1
I difficili inizi della dinastia angioina

Alcune di quelle novit di carattere amministrativo e finanziario, che abbiamo visto emergere nell'organizzazione degli Stati europei dell'Occidente nel corso del Quattrocento, si ritrovano in quel periodo anche nell'antico Regno di Sicilia. Talune innovazioni, anzi, vi erano state sperimentate, con maggiore o minore successo, gi in precedenza e questo aveva contribuito a creare quel mito del "bel regno", ricco e ordinato, che, unitamente alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, attir su di esso le mire di dinastie straniere. A queste si aggiunsero le pretese del papato, che in varie occasioni intervenne direttamente nelle sue vicende interne, per lo pi aggravando una situazione gi resa difficile dalla perenne irrequietezza della nobilt feudale. E qui non ci fu nessuna Giovanna d'Arco a fare da referente per l'emergere di una coscienza nazionale, per cui il lealismo regio fu un sentimento troppo poco diffuso per consentire alla monarchia di far leva su di esso per vincere le tendenze disgregatrici. Ma non anticipiamo sviluppi che appartengono alla fine del Medioevo e riprendiamo il nostro discorso dalla battaglia di Benevento (26 febbraio 1266), che, come si  visto nel cap. 18, segn con la morte di Manfredi la fine della dinastia sveva e la conquista del regno da parte di Carlo d'Angi, il quale si era lanciato in quell'impresa dietro sollecitazione del pontefice Urbano IV. Questi, offrendo il regno al fratello del re Luigi Nono di Francia, si riprometteva di raggiungere due obiettivi: rendere effettivo il vincolo feudale che subordinava alla Chiesa romana la monarchia meridionale e che era diventato puramente nominale al tempo degli Svevi, e procurarsi un valido sostegno politico-militare per coordinare intorno al papato tutte le forze guelfe dell'Italia centro-settentrionale.
I progetti del giovane Carlo, il quale era gi titolare delle contee di Angi e di Provenza, e aveva affermato il suo dominio anche su vasti territori dell'odierno Piemonte, solo in parte, per, coincidevano con quelli papali. Egli mirava, infatti, ad attuare un ampio disegno di egemonia europea e mediterranea, che, facendo perno sulla Sicilia, sarebbe dovuto culminare nella conquista di Costantinopoli. I primi dissapori con il papa - intanto a Urbano Quarto era succeduto Clemente IV, anch'egli di nazionalit francese, emersero all'indomani stesso della vittoria di Benevento, in seguito al saccheggio della citt, che era soggetta alla sovranit pontificia. A ci si aggiunsero le lamentele che cominciavano ad arrivare a Roma per i soprusi dei funzionari regi e per il carico fiscale considerato eccessivo. Per quanto riguarda il primo punto, il re cerc effettivamente di correre ai ripari, per evitare eccessi e malversazioni da parte di feudatari e funzionari francesi.
Non era in grado per di fare concessioni sul piano fiscale, a causa dei costi sempre pi alti della sua politica espansionistica nel Mediterraneo, cui si affiancava una massiccia penetrazione diplomatica in Italia centro-settentrionale, dove tutti i comuni guelfi accettarono, sia pure in forme diverse, il suo protettorato.
Il malcontento e le proteste dei sudditi esplosero gi in occasione della discesa in Italia di Corradino di Svevia, ad appena due anni dalla conquista angioina del regno. La rivolta part dalla Sicilia, estendendosi rapidamente alla Calabria, alla Basilicata, alla Puglia e a buona parte della Campania. La dura repressione, che segu alla sconfitta di Corradino a Tagliacozzo e che colp mediante pesanti multe anche le citt che si erano schierate con i rivoltosi, comport un profondo rinnovamento della feudalit attraverso l'immissione nei suoi ranghi di un gran numero di cavalieri francesi. Di nazionalit francese furono in quegli anni anche i titolari delle pi alte cariche ecclesiastiche, gli alti dignitari dello Stato e i quadri medio-alti della pubblica amministrazione. Contemporaneamente il sovrano fece tutto il possibile per rendere accetta al paese la nuova classe dirigente, evitando ogni forma di discriminazione tra regnicoli e francesi, ma ci non valse a impedire un diffuso malcontento delle popolazioni sia nei riguardi dei funzionari statali che dei nuovi feudatari.


22.2
La rivolta del Vespro
e la separazione della Sicilia dal regno angioino

In questo clima non sorprende la vasta adesione che ebbe subito in Sicilia e in buona parte della Calabria il moto insurrezionale scoppiato a Palermo il luned di Pasqua del 1282, dopo lo scontro avvenuto all'ora del Vespro tra giovani siciliani e soldati francesi, accusati, secondo la tradizione, di avere arrecato molestie a una nobildonna palermitana.
Re Carlo, il quale aveva gi avviato da tempo i suoi piani di conquista in Albania, nei territori bizantini dei Balcani e in Tunisia, era allora intento agli ultimi preparativi per la spedizione che avrebbe dovuto portarlo alla conquista di Costantinopoli. Gli storici hanno a lungo discusso se si sia trattato di un moto spontaneo, sul quale successivamente si innestarono manovre politiche interne ed esterne, o di una congiura ordita dai fuoriusciti legati agli Svevi, tra i quali il famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria e il salernitano Giovanni da Procida, da tempo in collegamento con l'imperatore bizantino e soprattutto con il re d'Aragona Pietro III. Questi, avendo sposato Costanza, figlia di Manfredi accampava diritti sul trono di Sicilia; inoltre era da tempo sollecitato a occuparsi delle faccende italiane dai baroni esuli del Regno di Sicilia che vivevano alla sua corte.
Alla luce di questi precedenti  chiaro che, se il re d'Aragona non partecip direttamente all'organizzazione della rivolta, nondimeno il suo coinvolgimento nelle vicende dell'Italia meridionale non fu affatto casuale, ma si inseriva in un preciso progetto di espansione nel Mediterraneo in concorrenza con quello angioino. Mentre, per, l'espansionismo di Pietro Terzo era sostenuto in maniera decisa sia dalla feudalit sia dalla borghesia, che fornirono uomini, flotte e mezzi finanziari, la politica mediterranea di Carlo d'Angi non suscitava nessun entusiasmo all'interno del regno. In seguito al restringimento del raggio d'azione dei mercanti amalfitani, non c'era infatti nel Mezzogiorno una borghesia mercantile alla ricerca di sbocchi commerciali e che sentisse il bisogno di cercare nella forza militare della corona un sostegno ai propri traffici. Mentre ai marinai e ai soldati di Pietro Terzo d'Aragona tenevano dietro i mercanti catalani, che introducevano nelle terre di conquista i prodotti dell'industria tessile barcellonese, i progetti espansionistici di Carlo d'Angi, sebbene il sovrano non mancasse di procurare privilegi commerciali ai suoi sudditi, avevano un carattere puramente militare e finirono con il ridursi a una faccenda sua personale.
Che questi, e non altri, siano stati i motivi dell'insofferenza delle popolazioni meridionali,  dimostrato dal comportamento delle maggiori citt siciliane, Messina, Palermo, Siracusa, che in occasione della rivolta scoppiata al tempo di Corradino si erano schierate a favore della monarchia angioina, ma che nell'arco del successivo decennio avevano maturato il loro distacco dal potere centrale. Un ruolo assai marginale deve essere assegnato invece al risentimento per lo spostamento della capitale da Palermo a Napoli, dato che gi Federico Secondo, e ancor pi i figli Corrado Quarto e Manfredi, erano stati indotti dalle vicende politiche a trattenersi pi sulla terraferma che nell'isola. Come pure non pu essere data molta importanza ai sentimenti di attaccamento alla dinastia sveva, che, se potevano essere ancora coltivati da alcune famiglie nobili,  da credere che a distanza di pi di quindici anni dalla morte di Manfredi non fossero pi tanto vivi tra il popolo, se non come mitizzazione di un passato, che i deboli e gli oppressi sono portati a sentire sempre come migliore del presente.
Certo  che tra i Siciliani, i quali subito dopo la rivolta avevano offerto la corona di Sicilia a Pietro III, e la monarchia angioina si era scavato un solco incolmabile, al punto che i primi si dicevano disposti a darsi al diavolo, pur di non tornare sotto il dominio francese, opponendosi a qualsiasi tipo di accordo che comportasse il ritorno alla situazione anteriore al 1282. A premere invece in questa direzione era innanzitutto il pontefice Martino Quarto che, in qualit di sovrano feudale del Regno di Sicilia, consider gli Aragonesi come usurpatori, arrivando a bandire contro di loro una crociata, la cui guida fu affidata al re di Francia Filippo l'Ardito: crociata che provoc l'allargamento del teatro di guerra alla Catalogna e che procur a Pietro Terzo non poche difficolt.
La situazione sembr doversi sbloccare con il pontefice Bonifacio VIII, che cre le condizioni perch si giungesse nel 1295 al Trattato di Anagni, col quale il nuovo re d'Aragona Giacomo Secondo (1291-1327), in cambio dell'investitura del regno di Sardegna e Corsica, accett il ritorno della Sicilia agli Angioini di Napoli. Ma i Siciliani si ribellarono ancora una volta e offrirono la corona a Federico, figlio di Giacomo e suo rappresentante nell'isola. La rinnovata pressione diplomatica del pontefice port nel 1302 alla stipula del Trattato di Caltabellotta (in territorio di Agrigento), in base al quale Federico (III) fu riconosciuto re, ma con il titolo di "re di Trinacria" e con l'intesa che alla sua morte l'isola sarebbe tornata agli Angioini. Le cose andarono per diversamente, perch dopo la scomparsa di Federico SecondoI la Sicilia rimase ancora al ramo cadetto della dinastia aragonese e inutilmente sia Roberto d'Angi (1309-1343) sia sua nipote Giovanna Prima (1343-1382) profusero uomini e mezzi nel tentativo di riconquistare l'isola, finch la stessa Giovanna, con il Trattato di Avignone del 20 agosto 1372, non riconobbe una situazione che ormai si configurava come definitiva.


22.3
Lo splendore della corte angioina di Napoli

In seguito alla rivolta del Vespro Carlo d'Angi non solo dovette rinunciare ai suoi progetti espansionistici nel Mediterraneo, ma fu addirittura sul punto di perdere il regno.
Nel 1284, infatti, il principe ereditario, il futuro Carlo Secondo lo Zoppo (1285-1309), contravvenendo agli ordini del padre, che si trovava in Francia, ingaggi una battaglia navale nel golfo di Napoli con la flotta siculo-aragonese, comandata da Ruggiero di Lauria, ma fu sconfitto e cadde egli stesso prigioniero, mentre il popolo di Napoli si sollevava, uccidendo i Francesi e saccheggiando le loro case. Il ritorno del re valse per a superare il momento critico, e gi si  visto nel paragrafo precedente come poi la situazione si andasse normalizzando sulla base di una separazione definitiva della Sicilia dal Mezzogiorno continentale, che continu tuttavia ancora a lungo a chiamarsi Regno di Sicilia; la nuova denominazione di Regno di Napoli, anche se entr nell'uso spontaneo verso la met del Trecento, divenne ufficiale solo nella seconda met del secolo seguente.
Ma proprio il pericolo mortale corso dalla dinastia angioina rende sorprendente la rapidit della sua ripresa, che fu resa possibile, da una parte, dal deciso appoggio papale, e dall'altro dal sostegno degli uomini di affari toscani, e fiorentini in particolare, i quali misero a disposizione della monarchia ingenti somme. In cambio ottennero non solo privilegi e facilitazioni doganali, ma anche feudi e importanti uffici pubblici, fino al caso limite di Niccol Acciaiuoli, che al tempo di Giovanna Prima fu arbitro indiscusso della politica del regno attraverso la carica di Gran siniscalco.
Gli storici hanno a lungo discusso - e ancora oggi discutono - se questa egemonia economica fiorentina (ma non bisogna dimenticare anche la presenza di Veneziani, Catalani, Provenzali, Pisani, Genovesi, Senesi e Lucchesi) abbia giovato al Mezzogiorno (Mario Del Treppo) o non abbia piuttosto determinato, come propendono a credere i pi (Gino Luzzatto, Philip Jones, David Abulafia, Giuseppe Galasso, Maurice Aymard, Henri Bresc), uno sfruttamento di tipo coloniale, facendo del Sud dell'Italia un paese esportatore di prodotti agricoli e importatore di prodotti lavorati: questione assai complessa, sulla quale ritorneremo pi avanti, nella sezione dedicata al dibattito storiografico. Qui ci limitiamo a constatare che l'avvento della dinastia angioina, come sottoline gi nel 1903 lo storico francese Georges Yver, coincise con un'evidente accelerazione dell'economia meridionale e con l'emergere di Napoli come piazza commerciale di prim'ordine, vera e propria fiera permanente, dove avevano succursali o propri corrispondenti tutte le grandi compagnie mercantili del tempo. Nello stesso tempo la citt, che aveva conosciuto in et normanno-sveva un isolamento culturale, dal quale non era riuscita a tirarla fuori neanche la fondazione dell'Universit, fu inondata da un fiume di nuova cultura, portata da giuristi, scienziati, scrittori, poeti, artisti, teologi, traduttori, provenienti dalla Francia e dalle citt dell'Italia centro-settentrionale. A questo si aggiunse un profondo rinnovamento edilizio e urbanistico, con la costruzione di edifici imponenti e con lo spostamento del suo centro ideale dall'antico nucleo greco-romano all'area in cui sorse il Castelnuovo, oggi meglio noto come Maschio (mastio) angioino, destinato a diventare il simbolo stesso di Napoli.
L'epoca d'oro della Napoli angioina coincise con il regno di Roberto, detto il Saggio.
Personalit di rilievo anche sul piano culturale, attir alla sua corte i maggiori esponenti della cultura italiana del tempo (Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Pietro Cavallini, Simone Martini, Giotto, Tino da Camaino, Cino da Pistoia), mostrandosi contemporaneamente attento anche alle espressioni pi autentiche e originali della religiosit del tempo. Trovarono, infatti, accoglienza presso di lui quegli esponenti dell'ordine francescano, che pi si erano esposti con le loro richieste di rinnovamento della Chiesa all'insegna della povert evangelica. Se poi a questo si aggiunge che Roberto, in qualit di capo indiscusso del partito guelfo in Italia, esercit una sorta di protettorato sulla penisola, traducendolo in alcuni periodi in dominio diretto su citt quali Ferrara, Firenze, Genova e Roma, si comprende come altissima sia stata nella prima met del Trecento la considerazione, di cui il regno angioino godette nel contesto politico italiano ed europeo.


22.4
Lo sviluppo delle autonomie cittadine

Con la conquista angioina dell'Italia meridionale si ebbe non solo una svolta nella storia di Napoli, ma anche lo sviluppo delle autonomie cittadine. Il risultato fu che, mentre nei secoli XII-XIII l'Italia appariva, per quel che riguardava l'ordinamento politico, divisa in due aree molto diverse, caratterizzate dall'esistenza di liberi Comuni al Centro-Nord e dalla mancanza di autonomie cittadine al sud, nel Tre-Quattrocento la situazione appariva, se non uniforme, certo assai meno differenziata. Al Centro-Nord, infatti, molti Comuni avevano perso, come si vedr nel prossimo capitolo, la loro autonomia politica, riducendosi sotto il potere di altri Comuni o entrando a far parte dei nuovi Stati signorili a carattere regionale; al Sudd, al contrario, le amministrazioni locali si sottraevano sempre di pi al controllo dei funzionari regi, passando in gran parte a organi cittadini elettivi. Questo apr la strada ai contrasti tra le classi e tra i gruppi familiari per il controllo delle amministrazioni comunali: contrasti che non di rado portavano a scontri armati e, soprattutto quando le lotte interne si saldavano a schieramenti politici sovracittadini, anche alla cacciata della parte perdente (fuoriuscitismo). L'esempio meglio noto  quello di Gravina, in Puglia, grazie alla cronaca scritta verso la met del Trecento dal notaio Domenico da Gravina.
In generale pu dirsi che all'interno di quasi tutte le Universit (cos si chiamavano al sud i Comuni), dalle citt maggiori ai piccoli borghi feudali, esisteva la divisione, sociale e giuridica insieme, tra l'Universit dei nobili e quella dei popolani. Motivo di contrasto era la ripartizione tra i cittadini del carico fiscale (le collette) sulla base della valutazione dei loro beni mobili e immobili (apprezzo): contrasto che non di rado degenerava in veri e propri atti di guerra. Il rifiuto di pagare le imposte da parte dei nobili nasceva non soltanto dal desiderio di rivendicare una condizione di privilegio rispetto al resto della popolazione, ma anche dall'interesse a sottrarsi a un carico fiscale che diveniva sempre pi pesante man mano che, in coincidenza con il progressivo articolarsi della vita delle amministrazioni locali, crescevano i bisogni finanziari di esse e quindi anche i tributi a carattere locale, detti dazi.
Strettamente connesso al problema della ripartizione del carico fiscale era quello delle cariche elettive. I nobili cercavano di monopolizzarle, escludendone non solo il "popolo minuto", il quale secondo re Roberto non avrebbe dovuto immischiarsi nella gestione della cosa pubblica, ma anche il "popolo grasso". Spesso si raggiungeva un compromesso attraverso la ripartizione delle cariche, ma si trattava solo di una tregua temporanea e di l a poco tutto veniva rimesso in discussione.
In queste condizioni si comprende come venisse a perdere sempre pi di significato il parlamento cittadino, vale a dire l'assemblea dei capifamiglia liberi del Comune, che aveva appunto il compito di eleggere i giudici, gli apprezzatori, i sindaci e gli ufficiali minori. Le vere e proprie risse che scoppiavano in queste occasioni consigliarono di sottrarre al parlamento gran parte delle sue competenze, per affidarle, prima, a un organo meno pletorico, il Consiglio, e, sul finire del Duecento, a ristrette magistrature collegiali, variamente denominate e composte: i Sei a Napoli, i Dodici a Salerno.
I contrasti che travagliavano le amministrazioni cittadine misero non poche volte in pericolo le autonomie municipali, dato che non solo fornivano il pretesto per gli interventi dei funzionari regi, ma costringevano a volte a invocarli espressamente, non trovandosi altro modo per conciliare interessi contrastanti. Nel complesso, tuttavia, il ruolo dei Comuni nell'ambito dello Stato angioino crebbe sempre di pi, e ci soprattutto nei momenti di debolezza della monarchia, quando questa era costretta a mostrare maggiore sensibilit verso le richieste non solo del clero e dei feudatari, ma anche delle comunit cittadine, e in particolare di quelle pi dinamiche e ricche, in grado di fare frequenti donativi e prestiti a una corte sempre bisognosa di denaro.


APPROFONDIMENTI

L'aquila: un comune meridionale quasi indipendente

Nella storia delle citt meridionali L'Aquila presenta diversi elementi di originalit. La citt, nata nei primi decenni del Tredicesimo secolo all'ombra della protezione papale e ad opera degli abitanti di numerosi villaggi siti nei contadi di Amiterno e di Forcona, si diede subito dopo la scomparsa di Federico Secondo ordinamenti improntati a una grande autonomia dal potere regio. Travolta dalla reazione di Manfredi, che nel 1258 la fece radere al suolo, risorse subito dopo l'avvento della nuova dinastia, raggiungendo, in poco pi di un trentennio, un assetto giuridico e politico del tutto particolare.
All'inizio sembra che niente la differenzi dagli altri centri demaniali del regno, dato che anch'essa  posta da Carlo d'Angi sotto l'autorit di un capitano con giurisdizione civile e penale, e con compiti ben definiti in campo tributario, tra cui quello di ripartire le imposte tra il capoluogo e le cinquantacinque borgate del suo distretto, che sul piano fiscale formavano una sola entit.
Ben presto per cominciarono ad apparire diverse novit sul piano politico-amministrativo, che culminarono, con la nuova costituzione del 1354, nell'introduzione al vertice del Comune di una magistratura espressa dalle forze produttive cittadine, i "Cinque delle arti", vale a dire i capi delle cinque Arti maggiori (pellettieri, metanieri, mercanti, letterati, nobili o militari); essi amministravano il Comune insieme al camerario, mentre il potere legislativo spettava al Consiglio degli Ottanta, eletto anche dagli abitanti delle borgate rurali.
Ma non finiscono qui le analogie con le vicende e le istituzioni dei Comuni della Toscana e delle Marche pontificie. Le lotte, divampate ben presto tra nobilt agraria e borghesia produttiva, avevano portato al sorgere di fazioni e all'emergere di due famiglie, i Pretatti (cui subentrarono i Gaglioffi) e i Camponeschi, che si contendevano il controllo della citt. I Camponeschi, di origine feudale ma schierati con il "popolo", ebbero il sopravvento con Lalle (I), consolidando sul finire del Trecento la loro supremazia con l'omonimo figlio.
La storia successiva dell'Aquila  tutto un succedersi di concessioni da parte del potere sovrano: concessioni che ne resero possibile l'espansione territoriale attraverso l'inglobamento di vari centri vicini, che prima erano amministrativamente autonomi. Ciononostante essa rivel sempre una chiara coscienza della sua originaria vocazione antifeudale e antimonarchica, per cui conserv verso la monarchia un atteggiamento di dignitosa fierezza, decidendo volta per volta, e unicamente alla luce dei propri interessi, quale atteggiamento tenere nei riguardi delle vicende dinastiche, che sconvolsero la vita del regno. La citt fin cos nel corso del Quattrocento con l'essere considerata dai re di Napoli "pi per federata che per soggetta".


22.5
La crisi della dinastia angioina e l'avvento degli Aragonesi

Con l'avvento al trono, nel 1343, di Giovanna I, nipote di Roberto, si apriva intanto una aggrovigliata crisi dinastica, alimentata dalle rivalit tra i tre rami (Durazzo, Taranto e Ungheria), in cui si era divisa la casa d'Angi. Roberto, infatti, per mettere al riparo la nipote da eventuali contestazioni del re d'Ungheria Caroberto, rappresentante del ramo primogenito della famiglia, ne aveva combinato il matrimonio con il figlio dello stesso Caroberto, Andrea. Il suo assassinio nel 1345, attribuito a una congiura cui non furono considerati estranei i parenti dei rami di Taranto e di Durazzo nonch la stessa regina, allora appena diciottenne (sette anni aveva quando era stato combinato il matrimonio), forn al fratello dell'ucciso, il re Luigi il Grande d'Ungheria, l'occasione per invadere nel 1348 il regno.
Nella sua marcia verso Napoli non incontr eccessivi ostacoli, ma la sua presenza, come emerge dalla Cronaca del gi citato Domenico da Gravina, valse a scatenare gli odi e le tensioni che, maturati nell'ambito delle difficolt economiche e dei contrasti sociali del tempo, si aggregarono, sia pur in modo confuso e instabile, intorno ai due contendenti (Giovanna e il re d'Ungheria), facendo precipitare il paese in una lunga serie di disordini e violenze. Il ritiro degli Ungheresi nel 1352 consent a Giovanna e al suo nuovo marito, Luigi di Taranto, di avviare una faticosa opera di restaurazione, grazie anche all'aiuto del gi citato Gran siniscalco Niccol Acciaiuoli, ma questo non valse a risollevare definitivamente le sorti della monarchia, sempre pi in difficolt davanti alla crescente potenza dei feudatari e ai disordini che scoppiavano qua e l nel contesto delle tensioni sociali dei decenni centrali del Trecento. La situazione si aggrav per le incertezze sulla successione al trono, perch la regina, pur essendosi risposata altre due volte dopo la morte del secondo marito, non aveva eredi diretti. La sua scelta cadde alla fine su Luigi d'Angi, fratello del re di Francia, al quale per si contrappose suo nipote Carlo (III) di Durazzo, che nel 1381 non solo si impadron di Napoli, ma fece anche prigioniera la zia, facendola poi uccidere.
L'avvento dei Durazzeschi segn la ripresa della politica espansionistica dei primi angioini, e per un momento sembr che il regno fosse destinato a recuperare il suo ruolo di maggiore potenza italiana, ma l'abile e ambizioso sovrano, esaltato dagli umanisti come nuovo padrone dell'Italia, fu assassinato a Buda il 24 febbraio del 1386, dove si era recato per cingere la corona d'Ungheria in qualit di erede del re Luigi.
Per nulla ammaestrato dalle sventure paterne, il figlio Ladislao (1386-1414) tent ancora di impadronirsi del regno magiaro, ma dovette rinunciare al progetto, per occuparsi dei suoi domini italiani, ancora sconvolti dalla guerra civile provocata dai sostenitori di Luigi d'Angi, che era morto nel 1384, ma che aveva trasmesso i suoi diritti al figlio Luigi II. Pur mancando di mezzi adeguati, tent a pi riprese sia di ridurre la potenza delle maggiori famiglie feudali sia di ottenere la supremazia nella penisola, arrivando a minacciare la stessa Firenze, ma non consegu risultati duraturi in nessuna delle due direzioni.

Gli successe nel 1414 la sorella Giovanna II, che, vedendo il suo trono minacciato da Luigi III, figlio del defunto Luigi II, adott come figlio e successore il re d'Aragona Alfonso V, creando cos le premesse per l'avvento alla direzione del regno di una dinastia aragonese.


22.6
La Sicilia dopo i Vespri

Come si  accennato, la Sicilia, contrariamente a quanto stabilito dalla pace di Caltabellotta, non torn pi agli Angioini, ma costitu un regno indipendente sotto un ramo collaterale della dinastia aragonese. Tuttavia i ripetuti tentativi dei re di Napoli di recuperare il dominio dell'isola costrinsero i successori di Federico SecondoI di Trinacria - Pietro Secondo (1337-1342), Ludovico (1342-1355) e Federico Quarto (1355-1377) - a un impegno bellico costante, che li mise in condizione di estrema debolezza nei confronti della nobilt, la cui collaborazione era indispensabile sul piano militare. I baroni siciliani, infatti, pur essendo divisi in due fazioni in aspro contrasto tra di loro - la "parzialit latina", capeggiata dai Chiaromonte e dai Ventimiglia, e la "parzialit catalana", di cui furono capi indiscussi Blasco Alagona e i suoi discendenti -, erano accomunati nella difesa dei loro privilegi e nell'interesse a mantenere la monarchia in una condizione di debolezza. N i sovrani siciliani trovarono un valido contrappeso allo strapotere della vecchia e della nuova feudalit nei ceti borghesi e nelle citt, che pure avevano avuto un ruolo di primo piano nella rivolta del Vespro e nella resistenza agli Angioini. Anzi la crisi del Trecento, che nell'isola si fece sentire assai forte sul piano economico e demografico (dai circa 400.000 abitanti degli anni del Vespro si scese a poco pi di 250.000), ridimension ulteriormente le forze non legate alla feudalit, lasciando la monarchia completamente in balia del baronaggio. Si giunse cos nel 1362, con il consenso del re Federico IV, alla divisione del regno in due parti, orientale e occidentale, controllate rispettivamente dagli Alagona e dai Chiaromonte-Ventimiglia. Alla morte di Federico, nel 1377, essendo il trono occupato da sua figlia Maria, il regno fu diviso addirittura tra quattro nobili vicari.
Una svolta fu rappresentata dalla comparsa sulla scena siciliana del re Pietro Quarto d'Aragona, il quale fece rapire Maria, per destinarla in moglie al nipote Martino il Giovane, figlio del suo secondogenito Martino il Vecchio, duca di Montblanc. Martino giunse insieme alla moglie in Sicilia nel marzo del 1392, alla testa di una armata, impegnandosi con l'assistenza diretta del padre sia nella lotta ai baroni ribelli sia nella riorganizzazione del regno, che fu dotato di un parlamento articolato in tre "bracci" (nobilt feudale, clero e citt) e con la facolt di proporre leggi (capitoli). Si instaur, cos, una pi equilibrata dialettica tra monarchia e poteri locali, che consent di sperimentare forme nuove di reclutamento del personale amministrativo e una maggiore circolazione delle lites tra centro e periferia: sperimentazioni che inserivano a pieno titolo la Sicilia nel pi generale processo di riorganizzazione delle strutture statali in atto negli altri regni dell'Europa del tempo. Nello stesso tempo ci fu anche una crescita dell'economia, che, secondo lo storico inglese Stephan R. Epstein, trasse vantaggio dalla specializzazione produttiva delle aree subregionali e dalla formazione nell'isola di un mercato integrato, nel contesto pi generale di un processo di specializzazione regionale in atto nell'intera Europa occidentale: crescita destinata a protrarsi fin verso la met del Seicento. La morte di Martino nel 1408, al quale successe il padre, nel frattempo asceso anche al trono d'Aragona, segn per la fine dell'indipendenza siciliana, perch da allora l'isola, ridotta ormai a viceregno, rimase definitivamente legata all'Aragona, passando da Martino il Vecchio al suo successore Ferdinando di Castiglia (1412-1416) e quindi al figlio di questi, il futuro re di Napoli Alfonso il Magnanimo (1416-1458).


22.7
Alfonso il Magnanimo e il "mercato comune" aragonese

Se la Sicilia pervenne ad Alfonso in eredit dal padre e l'acquisizione della Sardegna, come si  visto nel capitolo precedente, fu completata con un semplice esborso di denaro, la conquista del Regno di Napoli fu opera interamente sua, e per niente facile. La regina Giovanna II, infatti, dopo averlo chiamato in suo aiuto, aveva revocato l'adozione, preferendogli Luigi Terzo d'Angi. Ne consegu una guerra tra i due candidati alla successione, che vide l'entrata in campo, al loro fianco, dei due maggiori condottieri italiani del tempo, Muzio Attendolo Sforza per gli Angioini e Braccio da Montone per gli Aragonesi.
Le sorti del conflitto volsero per il momento a favore di Luigi, che pertanto nel 1424 pot insediarsi a Napoli accanto alla madre adottiva, mentre il suo rivale se ne tornava in Spagna. Nel 1435, per, la scomparsa sia di Giovanna sia di Luigi fece riesplodere la guerra, perch Alfonso ritorn a rivendicare i suoi diritti al trono, contrapponendosi ora a Renato, fratello del defunto re. Ancora una volta le cose sembravano doversi mettere male per il sovrano aragonese, che, sconfitto dai Genovesi a Ponza, fu fatto prigioniero e consegnato al duca di Milano Filippo Maria Visconti, alleato di Renato d'Angi.
Quello che ne segu fu un autentico colpo di scena, che avr riflessi sulla storia dell'Italia tutta: il prigioniero non solo riottenne la libert, ma riusc addirittura a convincere il duca a stringere con lui un'alleanza, destinata poi a mantenersi assai salda per l'intero Quattrocento, anche quando ai Visconti subentreranno, come vedremo, gli Sforza. Forte del sostegno milanese, riprese allora la conquista del regno, giungendo nel 1442 a impadronirsi della stessa Napoli, nonostante la strenua resistenza del suo avversario, che si vide alfine costretto a riprendere la via della Francia.
L'ingresso di Alfonso in citt, immortalato dall'arco di trionfo del Maschio angioino, sanciva, sia pur temporaneamente e attraverso una semplice unione personale, la ricostituzione dell'unit del Regno di Sicilia, che riacquistava cos un rinnovato prestigio nel contesto dell'Europa mediterranea. Vi contribu anche il fatto che il sovrano aragonese fiss inaspettatamente la sua residenza a Napoli, da dove non si allontan pi fino alla morte e da dove continu a governare il resto dei suoi domini, tra i quali vari elementi hanno indotto Mario Del Treppo a ritenere che egli ambisse a realizzare una vera e propria integrazione economica, riservando all'industria tessile catalana e aragonese la penetrazione nei suoi domini sia spagnoli (Aragona, Valenza, Catalogna e Maiorca) sia italiani (Mezzogiorno continentale, Sardegna e Sicilia), e assegnando a questi ultimi il ruolo di produttori di derrate agricole, con il conseguente divieto ai suoi sudditi iberici di approvvigionarsi di grano e altri prodotti agricoli in Francia e in Castiglia. Stephan R. Epstein, dianzi menzionato, ha negato che un sovrano del tardo Medioevo fosse in grado di concepire e attuare un tale disegno di specializzazione e integrazione sovraregionale, indicando una serie di elementi che impediscono di attribuire ad Alfonso d'Aragona un disegno coerente di politica economica. La discussione su una tematica cos complessa  ovviamente sempre aperta; quello che per la maggioranza degli storici  da ritenere, comunque, acquisito  che l'et aragonese segna per il Mezzogiorno e per la Sicilia, sia pur in forme e con intensit diverse per le varie aree regionali e subregionali, una ancora pi forte integrazione nella rete del commercio internazionale e l'inizio di un lunghissimo trend di sviluppo economico, destinato, secondo alcuni, a durare fino alla crisi demografica ed economica del Diciassettesimo secolo. Si spiega cos perch essa si sia venuta configurando nell'immaginario delle popolazioni meridionali dei secoli seguenti come l'et mitica, in cui - come dir uno scrittore del Settecento, Benedetto Di Falco - "li principi e baroni del Regno costumavano mangiare nei vasi d'argento e bevere in oro".
Il Magnanimo avvi anche una profonda opera di rinnovamento e di razionalizzazione delle strutture politiche e amministrative del regno napoletano, avvalendosi dei mezzi e delle competenze professionali fornite dagli operatori economici forestieri presenti a Napoli; tra essi mercanti-banchieri fiorentini e catalani, grazie ai quali pot avere un controllo pi rapido ed efficace delle risorse finanziarie della monarchia. Nello stesso tempo fece della capitale uno dei centri della nuova cultura umanistica, attirandovi artisti e intellettuali italiani e stranieri. Intraprese anche una dispendiosa politica estera, che, se ne fece un protagonista delle vicende politiche italiane di quegli anni, non port per a risultati concreti e non valse a rendere pi sicura la posizione del figlio naturale Ferrante, da lui designato come successore sul trono napoletano, mentre destin al fratello Giovanni il resto dei domini, compresa la Sicilia.
Ferrante (1458-1494) continu nell'opera di ammodernamento dell'apparato politico-amministrativo, intrapresa dal padre, impegnandosi contemporaneamente in un'attivit instancabile per stimolare l'industria e il commercio, e per favorire lo sviluppo dei Comuni, in modo da farne un contrappeso alla potenza della feudalit. Questa tent a pi riprese di ostacolare l'opera riformatrice del sovrano, all'inizio contestando i suoi diritti al trono e sostenendo quelli del pretendente angioino, il duca Giovanni d'Angi (1459-1464), e poi arrivando nel 1485, con la cosiddetta Congiura dei baroni, a una ribellione aperta. Ne parleremo pi diffusamente nel cap. 26, perch essa non fu un episodio puramente napoletano, ma si inser nel quadro complesso della politica italiana del secondo Quattrocento.


APPROFONDIMENTI

I PARLAMENTI NAPOLETANI

In et angioina, soprattutto a partire dalla crisi del Vespro, furono convocati con una certa frequenza dei parlamenti generali, cos come avveniva - lo si  visto nel capitolo precedente - anche nelle altre monarchie dell'Europa del tempo. Essi si erano tenuti gi al tempo dei Normanni e degli Svevi, quando erano stati chiamati a parteciparvi soprattutto baroni ed ecclesiastici, per dare formale sanzione alle decisioni del sovrano.
Ora per la crisi del potere monarchico provocata dalla guerra, rendendo necessario un pi stretto collegamento tra le forze sociali, conferiva all'istituto parlamentare un'importanza del tutto particolare, dato che non di rado vi furono promulgate delle leggi (capitoli), destinate a formare la base di tutta la produzione legislativa posteriore.
Il primo, e forse anche il pi importante, fu quello tenuto verso la fine di marzo del 1283 dal futuro Carlo II, vicario del regno, nella pianura di San Martino in Calabria, tra Oppido e Seminara, in cui furono presi dei provvedimenti a favore della feudalit, che avrebbero inciso fortemente e in maniera definitiva sugli equilibri sociali e politici del paese. In et normanno-sveva gli obblighi dei feudatari verso la Corona consistevano nel servizio di un miles per ogni venti once di rendita feudale, intendendosi per miles un cavaliere accompagnato da un armigero e da due scudieri; gli enti ecclesiastici e i feudatari che non erano pi in grado di prestare personalmente il servizio feudale o che avevano una rendita inferiore erano tenuti al pagamento di un'imposta sostitutiva, detta adoa, nella misura di dodici once e mezza per ogni venti di rendita feudale. Questa prestazione non ricadeva per interamente sui baroni, dato che essi potevano chiamare a contribuirvi i loro vassalli nella misura di un terzo.
Orbene, con i capitoli di San Martino, Carlo, principe di Salerno e vicario del padre Carlo I, concesse ai baroni la facolt di chiedere ai loro vassalli degli "aiuti" moderati senza il consenso regio, aprendo cos la strada a tutta una serie di abusi. Inoltre la durata del servizio militare fu limitata a soli tre mesi: nel caso in cui le operazioni militari si fossero protratte pi a lungo, la corte avrebbe dovuto provvedere al mantenimento dei militi per il tempo eccedente i tre mesi.
Al parlamento di San Martino, altri ne seguirono nel 1284, nel 1289, nel 1290 e nel 1306, senza per che la convocazione fosse mai regolata da norme precise circa il luogo e il tempo. Nel parlamento del 5 settembre 1289, convocato a Napoli da Carlo Secondo al ritorno dalla sua prigionia, furono emanate norme per la disciplina e il trattamento economico dei funzionari regi, la successione nei feudi (estesa anche ai fratelli e alle sorelle), la limitazione dell'uso della tortura, il taglio delle foreste, il rinnovo dell'apprezzo dei beni.
Non meno importanti furono le decisioni prese al parlamento di Eboli del 10-15 settembre 1290. Convocato e presieduto da Carlo Martello, vicario del padre Carlo II, assente dal regno, affront problemi quali il reclutamento dell'esercito regio, la difesa dei castelli, la riforma degli uffici e il trattamento economico del personale civile e militare, il mantenimento dei mutilati di guerra.
Si tratta in tutti e due i casi di provvedimenti che riguardavano il regno nel suo complesso, toccando gli interessi di tutti i ceti sociali; ma, mentre all'assemblea di Napoli parteciparono anche i sindaci delle Universit, a quella di Eboli furono presenti solo prelati e baroni. Poco si sa sulla composizione dei parlamenti che si tennero in seguito; ma tutto lascia credere che essi venissero restringendosi alla sola aristocrazia feudale e che la presenza dei rappresentanti delle Universit, quando pure fosse richiesta, avesse la sola funzione di far conoscere pi rapidamente in periferia la volont del sovrano.
In ogni caso  questa sostanzialmente la situazione all'inizio dell'et aragonese, vale a dire negli anni di regno di Alfonso, durante i quali il parlamento fu convocato sette volte. A quello del 1443 parteciparono certamente solo i baroni, il cui consenso Alfonso ritenne indispensabile per assicurare la successione al trono del figlio naturale Ferrante. Nei parlamenti successivi furono presenti anche i rappresentanti di alcune citt demaniali, cio non soggette a feudatari, ma direttamente alla Corona.
Essi, per, vennero a trovarsi in una situazione del tutto marginale subalterna, dato che non ci fu alcuna divisione in camere o stati, e unici interlocutori del sovrano furono i baroni, i quali, in cambio dell'approvazione da parte del sovrano di richieste da loro presentate, votarono dei contributi finanziari (donativi).
La situazione cambi in parte al tempo di Ferrante, il quale, per tenere a freno la nobilt feudale, punt pi decisamente sulle citt demaniali soprattutto sulla capitale, il cui ruolo politico crebbe allora in maniera notevole. Con i suoi rappresentanti, infatti, il sovrano intavol frequenti trattative ed essi furono ammessi ai parlamenti, che si tennero dopo il 1488.
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Il dibattito storiografico: LE CONSEGUENZE DEL VESPRO SICILIANO.
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Nel dibattito storiografico sul Vespro siciliano uno dei pochi punti sui quali si registra il consenso unanime degli storici  che si tratta di un problema storico terribilmente complesso e, come tale, "disperatamente aperto", come ha ammesso Salvatore Tramontana, che ad esso ha dedicato un libro e vari saggi: complessit che nasce dal gran numero di forze politiche, economiche e sociali che vi furono coinvolte e dalle trasformazioni allora in atto in tutto il mondo mediterraneo, per cui non  facile stabilire quali di esse siano state indotte dagli eventi legati al moto insurrezionale dell'aprile 1282 e quali invece si siano prodotte per impulsi e nell'ambito di processi di altra natura.
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Sul piano politico le conseguenze dirette e indirette sono indubbie: la Sicilia e successivamente la Sardegna entrarono a far parte della Corona d'Aragona, che percorse cos un'altra tappa fondamentale della sua espansione politico-militare; Bisanzio si liber definitivamente del pericolo di una conquista da parte degli Angioini; i signori africani, e il re di Tunisi in particolare, riacquistarono una certa autonomia; il crollo del sogno mediterraneo e orientale di Carlo d'Angi rese possibile probabilmente la caduta delle ultime citt cristiane di Terrasanta, oltre ad avere ripercussioni anche nell'Italia centro-settentrionale, provocando un indebolimento del partito guelfo.
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Se per passiamo a considerare dal punto di vista economico il panorama generale del mondo mediterraneo, che alla fine del Tredicesimo secolo costituiva, a voler usare un concetto di Joseph Alois Schumpeter, un circuito economico omogeneo o un esempio ormai ben definito di "economia-mondo" - se si preferisce far riferimento alle teorizzazioni di Fernand Braudel e di Immanuel Wallerstein - non si pu non condividere l'opinione di Geo Ristanno, secondo il quale lo spazio economico mediterraneo "trascende le vicende politiche locali o ne risente soltanto nella misura in cui esse propongono ostacoli insuperabili alle linee di comunicazione marittime e terrestri. In altre parole: l'insurrezione del Vespro, la scissione del Regno di Sicilia, la guerra che ne segu, con le rovine che essa comport nel Mezzogiorno d'Italia e con i danni del corsarismo e della pirateria, non incisero in modo determinante sul grandioso processo di sviluppo mercantile nel quadro panmediterraneo. Certo, la guerra del Vespro indebol il quadro politico occidentale ma dal punto di vista economico essa venne assorbita nella struttura globale del mondo dei commerci, nel formidabile incremento dei traffici dell'Occidente, che port a proprio favore la bilancia dei pagamenti, con interne compensazioni da regione a regione e di momento in momento. Le risorse alimentari dell'Italia del sud, come le stoffe ed i panni dell'Italia del Nord, della Francia, delle Fiandre sono la contropartita positiva delle spezie e delle altre merci pregiate dell'Oriente, prossimo e lontano. Come gi prima dell'insurrezione del Vespro, cos anche dopo, il nostro Meridione, continentale ed insulare, mantenne sostanzialmente la propria funzione di grande area di mercato, strettamente connesso ed essenziale al quadro dell'Occidente".
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Se ora da questo quadro generale passiamo a considerare pi da vicino la situazione dei due regni che ne scaturirono e i riflessi che vi ebbe la guerra, non possiamo non notare che la necessit in cui vennero a trovarsi i sovrani di utilizzare a fondo il potenziale militare della feudalit, sia di quella antica sia di quella di importazione, accrebbe, come si  visto, il peso politico di essa attraverso l'aumento delle terre infeudate e la dilatazione delle prerogative giurisdizionali dei feudatari. Inoltre la loro maggiore pressione sulle masse contadine avveniva proprio in un periodo in cui cominciavano a palesarsi i primi segnali della fase di recessione allora in atto anche nel resto dell'Italia e dell'Europa e sui quali  probabile che gli eventi collegati con la guerra del Vespro abbiano esercitato un effetto cumulativo; e ci soprattutto nelle regioni che pi direttamente furono investite dalle operazioni belliche (Sicilia, Calabria, parte meridionale della Campania).
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L'entit di questi danni non pu dirsi che sia stata sottovalutata dagli storici che finora se ne sono occupati; ma, a partire da Benedetto Croce (famosa la sua definizione del Vespro come "principio di molte sventure e di nessuna grandezza"), la conseguenza pi grave della facto Siculorum, come gli Angioini chiamarono il moto di rivolta, viene generalmente individuata nella rottura dell'unit creata dalla monarchia normanno-sveva e, soprattutto, nella "segregazione della Sicilia dal pi generale moto della civilt italiana, un isolamento storico e morale, di cui tante tracce ancor oggi rimangono nella vita siciliana", a voler usare le parole di Giuseppe Galasso.
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Per quanto riguarda l'unit fra Sicilia e Mezzogiorno nell'ambito della monarchia normanno-sveva, lo stesso Galasso si  chiesto di quale genere essa fosse, arrivando alla conclusione che era "giuridica e di fatto" e non "veramente politica e morale", per cui il Vespro fu solo "la sanzione della diversit di due mondi - quello continentale e quello insulare - di cui il secondo repelleva ormai decisamente dal primo. Quei vent'anni di epiche lotte che fecero guadagnare al popolo siciliano la pace di Caltabellotta, quella eroica determinazione dell'isola di darsi anche al diavolo piuttosto che ai francesi sono, del resto, di per se stessi il miglior documento della difficolt di prolungare nel regno l'equilibrio siculo-continentale raggiunto sotto l'ultimo re normanno e sotto Federico Secondo, una volta che il centro della monarchia, come appariva fatale, si fosse decisamente spostato verso la terraferma".
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Ma il problema dell'unit della monarchia normanno-sveva non si pone soltanto sul piano dei rapporti tra Sicilia e Mezzogiorno continentale, dato che la stessa parte continentale del regno era una realt tutt'altro che unitaria, sebbene tale apparisse all'opinione pubblica medievale e agli occhi degli osservatori forestieri. Man mano infatti che si va avanti con le ricerche emerge con tutta la sua evidenza la variet delle tradizioni storico-culturali e delle strutture sociali ed economiche delle diverse aree regionali e subregionali in cui si articolava il regno e alle quali aderivano pi o meno perfettamente le strutture dell'ordinamento amministrativo, vale a dire le province. Questa persistenza di antiche realt regionali e subregionali costitu oggettivamente sempre un ostacolo per l'azione unificatrice della monarchia, la quale, tuttavia, come ha osservato Mario Del Treppo, "non va vista come un rullo compressore, proteso a cancellare ogni differenza locale; e all'opposto, le configurazioni locali e periferiche non si pongono come forze programmaticamente disgregatrici dell'unit monarchica. Il rapporto non  di contrapposizione antitetica, ma pi articolato e complesso. Gi le strutture socio-economiche di alcune aree erano cos solidamente codificate, e la loro interna fisionomia cos originariamente organica, che sarebbe stato impossibile frantumarle per riassorbirle nella omogenea unit del corpo statuale. Altre aree gravitavano, o vi erano prepotentemente attratte, nell'ambito di potentati stranieri, come la Terra d'Otranto verso Venezia, e l'Abruzzo verso Firenze e Roma. Lo spazio del Regno era dunque variamente articolato, anzi c'erano spazi diversi".
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Pi complesso  il problema della "segregazione della Sicilia dal pi generale moto della civilt italiana". Non  questa la sede per discutere di quale natura essa sia stata e se abbia riguardato soltanto la Sicilia e non anche la Calabria, la Lucania e le stesse zone interne della Campania, come ad esempio il Cilento. Quello che per pu dirsi con assoluta certezza  che almeno nel Trecento e nel Quattrocento, vale a dire nei due secoli successivi alla rivolta del Vespro, n la Sicilia n la Calabria e le altre zone del Mezzogiorno caratterizzate da un ritmo di sviluppo pi lento risultano segregate dal pi generale moto della civilt italiana, ma al contrario organicamente inserite in quel grande spazio economico euro-mediterraneo occidentale, di cui l'Italia costituiva il crocevia e che  stato delimitato da Del Treppo mediante una linea che congiunge Venezia, Bruges, Avignone, Genova, Barcellona, Valenza, Firenze, Pisa, Roma, Trapani, Palermo.
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 lo spazio del capitalismo fiorentino, che attraverso la disponibilit di capitali e lo straordinario bagaglio di conoscenze tecniche, geografiche e ambientali dei grandi mercanti riusc a inglobare in s anche i territori appartenenti alla Corona d'Aragona. Nell'ambito di quello spazio, come ha osservato Gabriella Rossetti, venivano facilmente valicati i confini politici e si realizzava l'integrazione delle aree economiche regionali non solo attraverso l'attivit creditizia e imprenditoriale delle grandi aziende, ma anche grazie a una fittissima rete di persone, di beni e di esperienze.
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Ce ne fornisce un esempio Giuseppe Petralia in una serie di saggi sull'emigrazione pisana verso la Sicilia: un'emigrazione formata non solo da colonie mercantili chiuse e ristrette, come si credeva nel passato, ma anche e soprattutto da gruppi artigiani, che si inserirono definitivamente nei borghi dell'interno e che rappresentavano un'ulteriore "offerta" qualificata che i ceti urbani della Toscana comunale fra Due e Trecento, ancora in piena espansione economica e demografica, erano in grado di assicurare a un paese che si andava specializzando come fornitore di materie prime agricole e consumatore di prodotti lavorati esteri. Una presenza, quella di mercanti e artigiani toscani - ma anche genovesi -, di cui il Croce non conosceva la consistenza e che fu uno strumento importante di italianizzazione, unendo la Sicilia all'Italia del Centro-Nord, e quindi all'Europa, pi di quanto essa non fosse collegata in precedenza con il Mezzogiorno continentale.
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 necessario, pertanto, continuare la verifica di tesi storiografiche che appaiono ormai consolidate grazie soprattutto a un'opera di grande impegno di Henri Bresc sulla Sicilia degli anni 1300-1450: un'opera esemplare per la mole del materiale raccolto e per la molteplicit dei problemi affrontati, ma che non risulta convincente per le tesi di fondo, volte ad individuare nel cosiddetto scambio ineguale "cereali-prodotti lavorati, e nella necessit per le formazioni politiche nate dalla rivoluzione del 1282 di assicurare la propria sopravvivenza incrementando le risorse fiscali attraverso l'esportazione e quindi la monocoltura dei cereali, la chiave di volta della storia siciliana tardo-medievale. Innanzitutto lo scambio ineguale non  un elemento caratteristico della realt siciliana, dato che lo si ritrova operante non solo nell'intero Mezzogiorno ma anche in varie altre aree italiane, ugualmente dipendenti dal commercio estero.
Ma, a prescindere da questo, il concetto di scambio ineguale, come ha osservato Marco Tangheroni, anche se ha trovato molta fortuna in sede di ricostruzione storica,  fuorviante e certamente non adatto a spiegare la realt del Basso Medioevo, perch presuppone una condizione di netto svantaggio per chi scambia in condizione di inferiorit, mentre, sulla base del "teorema dei costi comparati" di David Ricardo (1772-1823),  possibile che un paese meno sviluppato tragga vantaggio dal commercio internazionale intensificando la propria produzione nei settori in cui chi scambia in condizioni di superiorit trova conveniente rifornirsi di determinati prodotti sul mercato piuttosto che produrli in proprio.
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Nel nostro caso, infatti, la penetrazione massiccia dei mercanti forestieri, e toscani in particolare, nell'economia e nella societ meridionali, se fece s che il Mezzogiorno e la Sicilia dessero un contributo significativo alla crescita dell'economia e della societ toscana, non si risolse in un puro e semplice drenaggio di risorse a favore delle citt dell'Italia centro-settentrionale, ma rappresent - a giudicare dalle ricerche di Del Treppo uno stimolo per l'economia locale, creando le condizioni per il sorgere di piccole e medie aziende commerciali che facevano da intermediarie fra i grandi operatori stranieri e i produttori locali, e stimolando nello stesso tempo l'aumento della produzione agraria e il potenziamento di quelle colture che alimentavano le pi significative correnti di traffico.
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Tra queste un posto di primo piano occupava certamente il commercio dei grani; ma ancora una volta non si tratta di un elemento caratteristico della realt siciliana, dato che lo stesso potrebbe dirsi della Puglia e di altre parti del Mezzogiorno continentale, nelle quali ugualmente le tratte, vale a dire le licenze di esportazione dei grani, non solo svolgevano un ruolo importante nell'economia locale, ma rappresentavano anche un'entrata essenziale per lo Stato. Il fatto  che sia i sovrani siciliani sia quelli di Napoli si trovavano, come ha osservato Petralia, alle prese con problemi non dissimili da quelli degli altri monarchi europei del loro tempo, i quali "dovevano necessariamente ricorrere al sostegno dei servizi e delle attivit commerciali di mercanti e banchieri toscani, per uno sfruttamento il pi possibile vantaggioso di quelle risorse economiche, produttive e finanziarie dei loro regni, sulle quali fondavano ogni opportunit di efficace azione politica e militare". Se i destini dei vari regni saranno poi diversi, questo dipender da molteplici fattori e non dalla maggiore o minore dipendenza dal grande commercio internazionale.
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Certamente, comunque, i giochi non erano fatti "molto prima del 1282", come ritiene Bresc, il quale fa risalire ai Normanni l'inizio della "sinistra" vocazione cerealicola della Sicilia, e non lo furono neanche negli anni immediatamente seguenti. Forse, come ritiene Gabriella Rossetti, bisogner arrivare alla prima et moderna e a quel pi ampio processo che tra Cinque e Seicento port alla marginalizzazione dell'intera Italia dal sistema economico europeo, quale si era venuto formando nel corso del Tardo Medioevo: un processo che solo in maniera assai limitata pot essere influenzato dalle vicende collegate con il lontano conflitto del Vespro.
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Sostanzialmente analoghe le conclusioni alle quali  pervenuto Stephan R. Epstein, gi citato nei paragrafi 6-7, il quale in un'opera di grande impegno sulla Sicilia dei secoli XIII-XVI ha negato qualsiasi validit per essa (ma anche per il resto del Mezzogiorno tardo-medievale) delle teorie del dualismo economico, mostrando come l'integrazione delle strutture produttive e di mercato delle aree subregionali esistenti al suo interno e il loro collegamento con la rete dei mercati stranieri abbiano consentito all'isola una fase di sviluppo economico protrattosi fino al 1650 circa. Di qui la sua convinzione che l'origine del problema del divario economico e sociale tra Nord e sud dell'Italia non possa essere cercata nel Medioevo.
La bibliografia sul Vespro  assai abbondante, a partire dalla classica opera di Michele Amari, apparsa nel 1843 a Parigi con il titolo definitivo di La guerra del Vespro siciliano (nuova edizione a cura di F. Giunta, Palermo, Flaccovio, 1969).
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Qui si citano, nell'ordine, solo le opere a cui si  fatto riferimento nel testo e dalle quali si pu recuperare la bibliografia precedente: S. Tramontana, Gli anni del Vespro. L'immaginario, la cronaca, la storia, Bari, Dedalo, 1989; M. Del Treppo, L'espansione catalano-aragonese nel Mediterraneo, in Nuove questioni di storia medievale, Milano, Marzorati, 1964, pp. 259-300; G. Pistarino, Aspetti socioeconomici del mondo mediterraneo all'epoca della guerra del Vespro, in La societ mediterranea all'epoca del Vespro. Undicesimo congresso di storia della Corona d'Aragona (Palermo-Trapani-Erice, 23-30 aprile 1982), vol. I, Palermo, Accademia di Scienze Lettere e Arti, 1983, pp. 185-214; B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1925; G. Galasso, Considerazioni intorno alla storia del Mezzogiorno d'Italia, in Id., Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, Einaudi, 1975, pp. 1359; M. Del Treppo, Il Regno aragonese, in Storia del Mezzogiorno, dir. da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV, Roma, Edizioni del Sole, 1986, pp. 89-201; G. Rossetti, Civilt urbana e sistema dei rapporti nell'Europa del Medioevo e della prima et moderna, in Spazio, societ, potere nell'Italia dei Comuni, a cura di G. Rossetti, Napoli, GISEM-Liguori, 1986, pp. 305-319; P. Petralia, Banchieri e famiglie mercantili nel Mediterraneo aragonese. L'emigrazione dei Pisani in Sicilia nel Quattrocento, Pisa, Pacini, 1989; H. Bresc, Un monde mditerranen. Economie et societ en Sicile, 1300-1450, Rome, cole franaise de Rome, 1986; M. Tangheroni, Medioevo tirrenico. Sardegna, Toscana e Pisa, Pisa, Pacini, 1992; G. Petralia, Sui Toscani in Sicilia tra '200 e '300: la penetrazione sociale e il radicamento nei ceti urbani, in Commercio, finanza, funzione pubblica. Stranieri in Sicilia e Sardegna nei secoli XIII-XV, a cura di M. Tangheroni, Napoli, Liguori-GISEM, 1989, pp. 129-218; S.R. Epstein, Potere e mercati in Sicilia. Secoli Tredicesimo XVI, Torino, Einaudi, 1996.
Per un quadro d'insieme del Mezzogiorno in et angioino-aragonese: G. Galasso, Il regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), Torino, UTET, 1992; D. Abulafia, I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500.
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La lotta per il dominio, Roma-Bari, Laterza, 1999; S. Tramontana, Il Mezzogiorno medievale. Normanni, svevi, angioini, aragonesi nei secoli XI-XV, Roma, Carocci, 2000.
Per la Sicilia: S. Rodale, Scisma ecclesiastico e potere regio in Sicilia. I. Il duca di Montblanc e l'episcopato tra Roma e Avignone (1392-1396), Palermo, Edigraphica sud Europa, 1979; I. Peri, La Sicilia dopo il Vespro. Uomini, citt e campagne. 1282-1376, Roma-Bari, Laterza, 1981; V. D'Alessandro, La Sicilia dal Vespro a Ferdinando il Cattolico, in Storia d'Italia, dir. da G. Galasso, vol. XVI, Torino, UTET, 1989, pp. 3-95; Commercio, finanza, funzione pubblica. Stranieri in Sicilia e in Sardegna nei secoli XIII-XV, a cura di M. Tangheroni, Napoli, GISEM-Liguori, 1989; P. Corrao, Governare un regno. Potere, societ e istituzioni in Sicilia fra Trecento e Quattrocento, Napoli, Liguori, 1991.
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Bibliografia.
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Per la citt e lo sviluppo delle autonomie cittadine in et angioino-aragonese: G. Vitolo, Il regno angioino, in Storia del Mezzogiorno, dir. da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV, Roma-Napoli, Edizioni del Sole, 1984, pp. 11-86; Storia di Lecce dai Bizantini agli Aragonesi, a cura di B. Vetere, Roma-Bari, Laterza, 1993; G. Galasso, Napoli capitale. Identit politica e identit cittadina. Studi e ricerche 1266-1860, Napoli, Electa Napoli, 1998.
Per l'economia e il commercio, oltre alle opere citate di Del Treppo, Bresc e Epstein, si vedano A. Grohmann, Le fiere del regno di Napoli in et aragonese, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1969; A. Leone, Profili economici della Campania aragonese, Napoli, Liguori, 1983; Id., Mezzogiorno e Mediterraneo. Credito e mercato internazionale nel secolo XV, Napoli, Dick Peerson, 1988; F. Porsia, I cavalli del re, Fasano, Schena, 1986.
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Per la cultura e Potere e societ nel Mezzogiorno angioino-aragonese modelli culturali: G. Vitale, Modelli culturali nobiliari a Napoli tra Quattro e Cinquecento, in "Archivio storico per le province napoletane", 105 (1987), pp. 27-103; B. Figliuolo, La cultura a Napoli nel secondo Quattrocento. Ritratti di protagonisti, Udine, Forum, 1997.
Per la vita religiosa: L'tat angevin. Pouvoir, culture et societ entre XIIIe et XIVe siecle. Actes du colloque international (Rome-Naples, 7-11 novembre 1995), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1998 (in particolare i saggi di J.-P. Boyer, G. Vitolo, R. Paciocco); C. Massaro, Lo "spoglio" dell'arcivescovo di Otranto Nicola Pagano (1451), Galatna, Congedo, 1996; Pellegrinaggi e itinerari dei santi nel Mezzogiorno medievale, a cura di G. Vitolo, Napoli, GISEM-Liguori, 1999 (in particolare i saggi di G. Vitale, R. Paciocco, R. Di Meglio, A. Valerio, M.R. Berardi).
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Per i parlamenti napoletani: G. D'Agostino, Parlamento e societ nel regno di Napoli. Secoli XV-XVII, Napoli, Guida, 1979.
Nel testo, oltre che alle opere fin qui citate, si  fatto riferimento anche a: M. Del Treppo, Il re e il banchiere. Strumenti e processi di razionalizzazione dello stato aragonese di Napoli, in Spazio, societ, potere nell'Italia dei Comuni, cit., pp. 229-304; Id., Marinai e vassalli: ritratti di uomini di mare napoletani, in Miscellanea in onore di Ruggero Moscati, Napoli, ESI, 1986, pp. 131-191; G. Luzzatto, Breve storia economica dell'ltalia medievale.
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Dalla caduta dell'Impero romano al principio dei Cinquecento, Torino, Einaudi, 1965; Ph. Jones, Economia e societ nell'Italia medievale: la leggenda della borghesia, in Storia d'Italia. Annali. Dal feudalesimo al capitalismo, Torino, Einaudi, 1978, pp. 185-372; D. Abulafia, Le due Italie. Relazioni economiche fra il regno normanno di Sicilia e i Comuni settentrionali, Napoli, Guida, 1991; M. Aymard, La transizione dal feudalesimo al capitalismo, in Storia d'Italia. Annali, cit., pp. 1131-1192; G. Yver, Le commerce et les marchands dans l'Italie meridionale au XIIIe et au XIVe siecle, Paris, Bibliotheques des coles franaises d'Athene et de Rome, 1903.
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FINE Parte 5.